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lunedì 30 giugno 2014

Tea for Two

Torna Daria con un Tea for Two che le ho chiesto con insistenza.  Sapendo del suo incontro con Guido Harari, volevo che mi raccontasse quel momento, quell'emozione, quella gioia incredibile nell'incontrare una persona così importante. E lei lo ha fatto in maniera magistrale, ovviamente. Buona lettura. 


Arriva l’estate e su internet si sta sempre meno.
Una disintossicazione che si accompagna alle giornate che si allungano, ai giri in moto, alle birre all’aperto, ai concerti. Ehhh. Hai voglia.
Chissà perché, dai tempi della scuola, ci portiamo dentro quella sensazione di stacco a metà giugno. Abbiamo interiorizzato quell’orologio che ci regala sempre l’impressione (ormai illusoria, ahinoi) di avere davanti tre lunghi mesi di vacanza.
Per questo il mio capodanno scatta sempre a settembre. Il capodanno dei buoni propositi, dei progetti, della ripresa.
Ma di questo parleremo a tempo debito.

La mia estate è iniziata sotto la pioggia, con un giro in auto anzichè in moto, per le Langhe.
Non tanto distante, quindi. Pertanto uno dei preferiti dalla sottoscritta che, oltre a sentirsi un po’ a casa in quelle terre, non ama preparare valigie e affrontare viaggi lunghi e lontani.
Lo dico, sì, vorrei andare in Norvegia, ma poi mi basta la celebre Pedaggera per sentirmi fuori dal mondo.
E Alba non sarà Bergen, ma nel suo piccolo fa la sua porca figura.

Soprattutto per la tappa obbligata alla Wall of Sound Gallery che tanto bene vi descrisse la Queen
Tappa che questa volta si è rivelata particolarmente emozionante perché dentro c’era proprio lui, il mito, l’uomo a cui vorrei chiedere mille cose, che vorrei invitare una sera a bere per farmi raccontare di Tom Waits, di Lou Reed e di Frank Zappa, dei fotografi che a sua volta ha incontrato, della magia della pellicola e poi di musica, musica e ancora musica.
Immaginate la mia faccia quando, fotografando la galleria dall’esterno, ho visto il sorriso di Crösa che mi indicava Guido Harari seduto dentro.
E lo so che la galleria è sua e che c’è poco da sorprendersi nel trovarlo lì, ma io generalmente non ho culo tempistico in questo genere di cose.

L’occhio di Guido Harari su Tom Waits

Entriamo e lui ci accoglie con un bel sorriso e un “prego, accomodatevi, guardate tranquilli e se volete, chiedete”.
Guido, tu non sai cosa hai rischiato con quel “se volete, chiedete”. Ma per fortuna l’emozione è tanta, per il posto innanzitutto, un santuario di musica e fotografia (la prima volta in cui ci entrai ero talmente in estasi che, usciti da lì, Crösa ne approfittò per comprarsi una moto e io quasi non me ne accorsi. Mossa magistrale).
E poi l’emozione è tanta, naturalmente, perché questa volta c’è lui.

Finito il nostro giro, lo guardo, lui mi guarda in attesa e sento che gli devo proprio dire almeno una cosa. Sapete quando vi scoppia nella testa una frase che vorreste dire da tempo e si presenta l’occasione perfetta?
Così con la faccia rossa rossa, le orecchie roventi e lo sguardo un po’ abbassato riesco a dirla:
“Ogni volta me lo chiedo e non so cosa rispondermi. Ma non so davvero se invidio di più lei che li ha conosciuti o loro, che stati fotografati da lei”.

Lou Reed e Guido Harari. E io dov’ero?

Sarà stata la tenerezza infinita che gli ho fatto, con la faccia rossa e la custodia della macchina fotografica al braccio, ma è scoppiato a ridere dicendo “troppo buona, non esageriamo”.
Da lì abbiamo chiacchierato un po’, ci ha invitati alla prossima mostra su Jeff Buckley a settembre e siccome andando via ci ha stretto la mano, una volta fuori ho imposto subito la mano che mi aveva toccato sulla mia macchina fotografica, sperando in una benedizione imminente.
Poi mi guardavo la mano che aveva stretto la sua che, a sua volta, aveva stretto quella di Lou Reed Tom Waits Frank Zappa e tanti altri e che tante macchine fotografiche aveva toccato ed era un po’ come se tutte quelle cose le avessi fatte pure io.

In questa giostra di emozioni, mercoledì sono andata a vedere gli Aerosmith.
Io sono là ancora adesso ma se in questo momento mi dicessero “dai, esprimi un desiderio”, beh, io vorrei fotografare Steven Tyler. Un set vero e proprio, ideato interamente da noi due, con lui e tutti i suoi colori lì, davanti al mio obiettivo.
E alla fine gli chiederei solo: “dai, Tallarico, dedicami un urlo”.

I Toxic Twins a Milano (25/6/2014). Foto di Francesco Prandoni

mercoledì 29 gennaio 2014

Mi piace quando Vero preme play

La musica è tutta la mia vita, la mia linfa vitale, la medicina per i momenti no e la colonna sonora di quelli belli, ci sono canzoni senza le quali non sarei quella che sono e altre che sembrano scritte solo per me. La musica per me è tutto, insomma. Purtroppo, per quanto mi piaccia, non sono capace di scriverne. 
Ma ci tenevo tanto che la musica facesse parte di questa casa virtuale almeno quanto fa parte di quella vera e allora ho chiesto a una persona speciale di parlarne per me. Ci ho pensato su un po', non volevo disturbarla, la sapevo già tanto impegnata, ma poi ho vinto le resistenze e gliel'ho chiesto. E ho fatto bene, perché lei ha accettato dopo dieci minuti, con un entusiasmo che mi ha commossa. A partire da oggi, ogni mese, entrerà in questa casa, metterà su un disco (sì, perché per me il gesto è sempre quello lì) e ce lo racconterà. Lei è Vero di Mipiacequandopensi e io le voglio un gran bene. 

Salve amici, non posso fare a meno di accettare l’invito di Cinzia e oggi ho il privilegio di sedermi proprio sul suo bel divano vintage e gustare quei muffin che come li fa lei a me non escono mai.
Attacchiamo il mio ipod alle casse che voglio raccontarvi una storia nostalgica.


Il Glam Rock ha avuto inizio durante gli anni ’70  e io avrò avuto si e no sedici anni quando ho scoperto coloro che l’han fatto nascere. Primo tra tutti, anche prima di David Bowie, per me è venuto Lou Reed.
Quel Lou tanto fascinoso con la voce che la si potrebbe riconoscere anche in un coro di voci altrettanto nobili. La moglie, nel ricordarlo poco meno di 3 mesi fa, ne ha parlato in una maniera talmente dolce che stento quasi a credere che personaggi del genere abbiano popolato questa terra.
Se premo play parte Satellite of love, così giusto per riscaldarci un po’. Già che ci siamo vi dico anche che se guardate Velvet Goldmine (il film basato sulla vita di David Bowie – ma da lui non riconosciuto - che porta il titolo di una delle sue canzoni) la ritrovate nella favolosa colonna sonora.  Non vi sto neanche a dire che il David di cui sopra ha anche prodotto il brano e lo potete anche ritrovare nei cori.


Ecco adesso vi ho incuriosito? Tuttavia non è di Satellite of Love che volevo parlarvi, questo l’ho solo fatto per farvi cadere nella rete del “bombombom” che vi tormenterà per una bella oretta dopo la lettura di questo post – e l’ascolto del brano-.
La canzone di cui volevo parlarvi è Perfect Day, che se vogliamo citare un altro film possiamo gettare lì un Trainspotting.  
Il testo di Perfect Day è di una semplicità unica e, come spesso accade, le cose migliori sono quelle più semplici.  E’ una canzone che racconta di un tempo talmente sereno di cui si ha già nostalgia perché lo si può legare a uno qualsiasi dei nostri momenti sereni. 
Mi sono spesso domandata chi lo abbia fatto sentire talmente speciale, se fosse esistita davvero quella giornata tra sorsi di sangria e visite allo zoo. Alcuni hanno supposto che lui abbia voluto dedicare la canzone alla droga come responsabile di quella parvenza di perfezione e io preferisco non rovinare il significato di qualcosa di tanto bello con un quel devastante elemento di disturbo. Mi rifiuto di pensarla così.


Perfect day è la canzone per i pomeriggi profumati, di quando l’aria comincia a farsi leggera e il silenzio non viene più associato alla solitudine, è la canzone del benessere interiore, la canzone della nostalgia per eccellenza e se c’è una caratteristica che mi rispecchia, quello è l’essere nostalgica. Ho nostalgia anche di quello che non è ancora arrivato, non c’è ancora ma già mi manca.
Era un’abitudine ascoltarla sull’autobus mentre tornavo a casa dopo scuola, poi sul treno quando dopo il liceo sono andata a cercare casa altrove, poi lungo i cinque minuti di cammino che separavano il mio appartamento da universitaria alla facoltà, l’ho canticchiato talmente tante volte che quando arrivò il primo amore  - quello serio che poi è quello che finisce sempre -  e il tizio in questione mi canticchiò il motivetto Oh It’s such a perfect day, I’m glad I spent it with you, non sembrava neanche più la stessa canzone.
Anche se ormai da quella volta di anni ne sono passati un po’, io continuo ad associare questa canzone a quel momento - con il lettore mp3 sopravvissuto all’ennesima caduta, attaccato alle casse della mia coinquilina in uno di quei pomeriggi mollicci e placidi che precedono la canicola estiva - e ad un ragazzo che se non fosse stato per Lou, non avrebbe potuto pronunciare una frase più bella.

Che dici, Cinzia, ce l’ascoltiamo?