Visualizzazione post con etichetta Daria Pop. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Daria Pop. Mostra tutti i post

mercoledì 17 febbraio 2016

Tea for Two

Il bello del Tea for Two è che ti arriva quando meno te l'aspetti, come una telefonata o una lettera da un amico lontano che ti manca tanto, quelle cose che quasi non esistono più e che sono sicura Daria ami tanto. Buona lettura e grazie Daria! 


Chi mi conosce bene sa che per me Lorenzo Jovanotti è un amico. Sapete che Lorenzo mi parla anche nel sonno? Sì, mi è anche capitato che mi desse dei consigli a cui lì per lì non ho badato ma poi cazzo se aveva ragione.

Sarà una questione di energia, non lo so. 

Sarà che pure lui finisce spesso quello che dice aggiungendo “non lo so”. Perché come me non lo sa davvero. 
Fatto sta che ho letto Gratitude. TUTTODUNFIATO. Tra le tante cose che mi hanno colpito e che ho riconosciuto c’era questa:

“ho sentito di appartenere alla schiera di esseri umani che stanno lì dove si scatena la danza, dove la parola è prima di tutto suono, dove la gente si raduna per guardare se stessa in uno specchio che riflette la parte viva, quella che rigenera e cura e lascia indietro la zavorra, i pensieri che ostacolano il fluire della vita. Mi rendo conto che questa cosa può far incazzare qualcuno, specialmente quelli che vivono e si nutrono sempre e solo di commenti. Sono i “commentatori”, e con i social network questa è un po’ l’epoca segnata dal loro dilagare, di quelli che non vivono ma guardano vivere, quelli che non producono esperienza ma commentano le esperienze altrui. Niente da ridire, ma a riguardo mi viene sempre in mente un verso di una canzone di Ferretti e CSI: “Comodo ma come dire poca soddisfazione”. Quelli che hanno sempre un’opinione su tutto.
Io che non ho un’opinione su quasi nulla posso capire il loro disappunto nel vedere una storia come questa, ma è proprio questo ciò che cerco, la distanza dalle opinioni, dal commento a un commento. Cerco l’esperienza e cerco la poesia delle cose ma non sono interessato al giudizio e nemmeno alla ragione, è la vita che mi attrae e non la sua correttezza o la sua giustificazione, che tra l’altro non c’è.”


Io, che spesso cado vittima della mia stessa paura di non essere all’altezza o di quel senso di inadeguatezza che poi se ti guardi intorno e annusi tutta la spocchia e la fuffa che c’è là fuori ti rendi conto di quanto sia sempre e solo tu il peggior nemico di te stesso, rischio e ho rischiato più volte di farmi intimorire dai commentatori o di invidiare quelli con le verità sempre al loro posto o di farmi affascinare dai duri e puri che fuori da quelle linee non ci andrebbero mai e poi mai.

Ma la consapevolezza di cui parlava Cinzia in quel quel suo bel post, da qualche tempo ha toccato pure me. E quella consapevolezza è cugina della Libertà di dire e fare e provare a fare quello che ti fa stare bene.

Dio solo sa quanto ho pianto ascoltando i Bedhead, ma sostanzialmente sono una presa bene, una persona positiva, cerco sempre di guardare il bicchiere mezzo pieno e quindi amo immensamente le cose leggere, perché leggerezza non è mica sinonimo di vacuità, di superficialità, di stupidità. 

La leggerezza è la prima delle lezioni americane di Calvino: “la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio.”

Bene, io cerco di fare con la vita quello che Calvino fa con il linguaggio: togliere pesantezza, mettere le ali e cercare di guardare le cose dall’alto o da lontano, perché spesso, troppo concentrati sul nostro lavoro come se fosse l’unico al mondo o sulle cose-da-fare della quotidianità, ci dimentichiamo che lo spazio intorno a noi è immenso. 

Ed è tutto da esplorare.


martedì 22 dicembre 2015

Tea For Two

Buongiorno. Sabato pomeriggio ho ricevuto un regalo inaspettato, questo Tea For Two di Daria, pieno di positività e forza, proprio quello di cui avevo bisogno in questo periodo.

Con questo Tea For Two vi auguro di trascorrere un bellissimo Natale. Spero che per voi possa essere sereno, libero da pensieri e pieno di mandarini, cioccolata, maglioni rossi e ozio davanti alla Tv. Grazie di esserci sempre, vi voglio benissimo. Grazie a voi, sempre e grazie a Daria, ancora una volta, per il suo regalo. Buona lettura! 


ciao babbo natale, io non ho mica grandi cose da chiederti sai.
ti scrivo più che altro per ringraziarti per le cose che ho avuto quest’anno. 
ho saltato ai concerti e urlato con tutto il fiato che avevo in gola. 
ho cantato una sera davanti a tante persone che non mi conoscevano rompendo un ghiaccio che a forza di stare lì poi diventa un iceberg e finisce che non lo sciogli più. 
ho compiuto 40 anni e li ho festeggiati ripetutamente circondata da persone che mi vogliono un gran bene, ho superato i 40 anni accorgendomi di poter continuare a scherzare e confrontarmi anche con quelli di 20 e 25 e 30, ma pensa, senza mai sentirmi fuori posto, né giovane né vecchia sicuramente molto rock’n’roll. 
ho smesso di fumare e ho ricominciato a fare sport con un gusto che non provavo da tempo. ho camminato in montagna e respirato l’aria pura quella che ti entra nelle vene e te le ripulisce di tutte le cazzate, perché quando parti con uno zaino e inizi a salire ti accorgi di quante cose inutili hai in casa e capisci che è il poco a darti tanto. 


a questo proposito, caro babbo natale, ti voglio ringraziare anche per quello che mi hai tolto quest’anno: ho perso il lavoro principale ma non mi sono persa io. 
mi sono buttata, mi sono inventata altre cose, ho conosciuto una persona che poi è diventata un’amica e tramite cui ho scoperto quanto sia figo il mondo dei viaggi; poco dopo, grazie a un’altra amica che pur non conoscendomi bene forse ha davvero capito come sono (Grazie, amica, tu sai chi sei se ti ringrazio), sono finita in un gran bel posto. guadagno meno di prima, lavoro molto di più, ma sono felice e appagata. in un periodo in cui tutti si lamentano del lavoro io no, io dico che sono felice. mi piace il gruppo con cui lavoro, ho conosciuto un sacco di gente in gamba che mi sta trasmettendo veramente tanta energia e con cui spaccheremo il mondo, lo so.
caro babbo natale, continuando a ringraziarti per le cose che mi hai tolto, non posso non pensare alla gattina di tre mesi che ho tenuto per tre giorni, per poi darla a degli amici causa allergia che non sapevo di avere. ci penso tutti i giorni e non c’è volta in cui non mi venga un po’ di magone ripensandola, ma ti ringrazio perché con quella gattina ho capito ancora di più quanto siano prodigiosi gli animali, quanto ti possano riempire la vita e so che prima o poi l’universo mi metterà in condizione di riuscire a tenermi un gatto, magari facendomi passare l’allergia. grazie universo.


caro babbo natale, continuando a ringraziarti non posso certo non ricordare il viaggio in puglia con tutti quegli amici che non rivedevo da un sacco di tempo.
e soprattutto grazie per quel viaggio in scozia che Crösa mi ha regalato per il compleanno: una terra fredda che però ha la capacità di trasmetterti un calore inatteso che senti provenire proprio dal basso e dai boschi e dalla natura selvaggia. 
e già che ci siamo, ti ringrazio proprio per Crösa in generale, perché con lui a fianco è tutto più bello, anche se io ho la mia testa e lui la sua e a me piace anche fare tante cose per conto mio, tra cui sognare a occhi aperti e inventare cose da fare e creare e fantasticare e ascoltare musica e suonare e non parlare per ore, magari. perché è così che funziona, per me: si è coppia ma si è due. e uno più uno è più ricco che uno come fusione di due. 
caro babbo natale ci sarebbero ancora tante cose per cui ringraziarti, ma il tea for two non può essere tanto lungo perciò ti saluto, mi raccomando porta a tutte le persone che se lo meritano qualcosa di bello e ai cattivi e ai cagacazzo un po’ di colore nella vita, così da renderli più buoni.
Per quanto riguarda me, “dammi la carica, dammi l’energia, molta cattiveria, poca melodia”.

mercoledì 4 novembre 2015

Tea for Two

Tempo fa ho scritto a Daria Pop e le ho chiesto: "allora, me lo scrivi un Tea for Two o no?". La risposta è stata quella che trovate qui sotto. Saggia e ispirante, come sempre. Grazie, Daria.

Buona lettura!

Mica pensavate di esservi liberati delle mie stronzate? Rieccomi qua, ogni tanto spunto anch’io.


Andiamo al sodo. Tanto tempo fa, in un vecchio Tea For Two, avevo parlato dello scrivere a mano, di quanto mi piacesse vedere la grafia degli altri e avevo accennato qualcosa sulla mia visione della vita divisa in due: AC/DC. Avanti Computer, Dopo Computer.

Degli amici che provengono dall’era AC conosco benissimo la grafia, al punto da distinguerli leggendo anche solo un “ciao” su un biglietto.

Gli amici conosciuti nell’era DC, salvo rare eccezioni, appartengono alla schiera di quelli con cui ho sempre comunicato via email/sms/whatsapp/chat e quindi, banalmente, non so come scrivono. E mi dispiace. Molto. 


Questa bella premessa per arrivare a dirvi che ho ripreso un’attività sorprendentemente rigenerante: scrivere a mano. Non solo: pure con la penna stilografica. C’è di più: in corsivo.
Per farlo, oltre a riempire righe di singole lettere, sto trascrivendo ricette. 

Tre ricette = male alla mano assicurato.

Perché non siamo più abituati, perché ormai la situazione è ribaltata: quando scrivevo la tesi di laurea, dovevo sempre stampare tutto e integrare a mano, altrimenti non riuscivo nemmeno a ragionare sul contenuto.

Oggi, abituata a ctrlX ctrlV, non riesco più a scrivere a mano perché non sono più in grado di correggere quello che scrivo. Così facendo, ho perso anche la capacità fisica di scrivere. 
No buono.


Così ho ripreso e quando posso chiudo le mie pause pranzo scrivendo a mano. 
Tanto ora che non fumo più, ho pure più tempo dopo il caffè.
Sì perché due mesi e mezzo fa ho smesso di fumare. Mi sento felice, appagata, piena di me e me la tiro pure perché era un sogno che non credevo di riuscire a realizzare. Quindi, dai, fatemi salire ulteriormente l’autostima dicendomi Brava.

E magari consigliatemi anche qualche sito o blog o video sulla grafia.
Da qualche parte ho letto che il corsivo è lo scorrere fluido dei pensieri.
Non solo: quando scrivo lentamente, concentrandomi sulla forma, tutto il resto scompare.

Altro che mindfulness. Bastava ricominciare a scrivere a mano.

lunedì 20 luglio 2015

Tea for Two

Torna Daria e ci porta un Tea For Two pieno di saggezza. Come sempre del resto. Ma dimmi, Daria Pop, come fai? Qual è il segreto di tanta saggezza? 

Buona lettura e buona settimana a tutti. 

Capita così che Crösa, col suo cuore cresciuto a battiti di hip hop e colpi di black metal, e io, col mio mix di pop-hardcore-new wave-indie rock, ce ne andiamo a un bel concertone italiano per cantare, divertirci, ballare e stare leggeri.

In barba ai come, ma perché, ma perché proprio lui con tutti i concerti che ci sono, ma a me sembra un cretino, ma cosa ci trovate, beh in barba a tutto ce ne siamo andati là felici e felici ce lo siamo goduto perché la leggerezza è importante e non bisogna capirlo solo quando non ce l’hai più lì, a portata di mano. Di quella mano che la guardi e ti sembra quella di tuo padre quando da bambino ti prendeva come niente e ti sollevava su. 

Capita così che durante quel concerto ci guardiamo e ci vengono le lacrime agli occhi insieme. Parte una canzone ed è come se all’improvviso ci ricordassimo che insieme ne abbiamo già passate e allora ci sediamo vicini, su un gradino, e ce la ascoltiamo abbracciati con gli occhi lucidi lucidi e un nodo in gola spesso così. Non mi vergogno nemmeno a dirlo, se mai mi dispiace raccontare un momento così intimo, così nostro, ma lo faccio perché so che voi che leggete questo blog siete belle persone e so che se vi affido un momento del genere, sapete capirlo e custodirlo come se fosse vostro. 



Quel momento è stato prezioso perché ci ha fatto sentire tanto vicini da fonderci insieme nel ricordarci un dolore che non saremo certo né i primi né gli ultimi ad aver provato e condiviso, ma che ci ha uniti fin da subito e questo forse l’ho messo a fuoco veramente solo in quel momento, con me e lui su quel gradino e intorno una città che sembra un film straniero senza sottotitoli, una pentola che cuoce pezzi di dialoghi, come stai, quanto costa, che ore sono, che succede, che si dice, chi ci crede e allora ci si vede.  

Ho guardato Crösa con le antenne alzate verso il cielo e ho capito a cosa stava pensando, mi sono sintonizzata subito sulla sua frequenza e siamo rimasti lì, un po’ a guardarci, un po’ col magone, un po’ a sorriderci come a dirci “dai, che ci siamo, siamo qui, io e te”. 



Il dolore è una gran brutta bestia e lo è ancora di più se lo vivi da solo, perché te ne vai in giro mentre dentro ti senti spaccato in due e chiuso in una bolla che nessuno può vedere, per strada un cartello di sei metri dice è tutto intorno a te, ma ti guardi intorno e invece non c'è niente. 

Il dolore è una gran brutta bestia perché, quando ci sprofondi dentro, le scale da salire sono scivoli, scivoli, scivoli e ghiaccio sulle cose. E anche se non saremo né i primi né gli ultimi a provarlo, sappiamo che ogni dolore è a sé e solo chi c’è dentro può sentirlo urlare nello stomaco.

Ma quando si è in due si sta vicini e quando si sta vicini ci si scalda di più. 
Perché questo è un mondo vecchio che sta insieme solo grazie a quelli che hanno ancora il coraggio di innamorarsi e una musica che pompa sangue nelle vene e che fa venire voglia di svegliarsi e di alzarsi e di smettere di lamentarsi che l'unico pericolo che senti veramente è quello di non riuscire più a sentire niente.
Di non riuscire più a sentire niente.


mercoledì 29 aprile 2015

Tea for Two

Il Tea for Two di oggi è il post che avrei sempre voluto saper scrivere, un post da blog serio, di quelli che ti ispirano a vivere la giornata in maniera migliore. E che ti insegnano qualcosa di nuovo. Ecco, io questo non sono capace di farlo, ma per fortuna ho Daria, che mi regala pezzi come questo. Buona lettura. 

[E non scordate la playlist del Tea for Two, che trovate qui]

Ho trascorso il 25 aprile nel migliore dei modi.
Non lo avrei detto visto che influenza e pioggia mi hanno fatto saltare il programma di pedalare coi pedali nuovi su dalle colline. Invece, tu guarda.


Ho trascorso una giornata intera con Mr. Dylan e ne sono uscita con una gran voglia di riprendere l’acustica e l’armonica a bocca.
Mi sono guardata tutto No Direction Home, il film documentario di Scorsese su Bob Dylan, dagli esordi fino all’incidente in moto del ‘66.
Non sono qui per raccontarvi il film, ve lo consiglio anche se non siete fan di Dylan.

Non sono nemmeno qui per sgomitolare frasi sul perché Robert Zimmerman è diventato Bob Dylan. Non c’è bisogno di tante parole, credo che per capirlo vi sia sufficiente prendere un testo di Dylan, far partire il pezzo e provare a cantarci sopra. Faticoso eh?
Perché lui non solo scriveva testi della madonna ma li cantava in un modo così strambo che sembrava quasi non ci fosse una metrica e se c’era, la prendeva, la masticava e la sputava fuori stravolta. Ma vedete? Sto già sgomitolando frasi e non mi va.


Prendete uno dei suoi pezzi più famosi, Like a Rolling Stone.
Quante volte lo avete sentito? Migliaia.
Vi sembra di averlo in mente, perché quell’aria vi è girata in testa mille volte, ma provate a cantarlo e inizierete a inciampare e quando finalmente riuscirete a imprimervelo in testa vi mancheranno la rabbia, la pena e l’incazzatura che ci metteva Dylan.

Ecco, questo è Bob Dylan.

Sapete di cosa parla Like a Rolling Stone? Di una tipa che se la tirava di brutto, aveva soldi, faceva la bella vita, aveva studiato nelle scuole più prestigiose, prendeva per il culo quelli che arrancavano, andava a cavallo, vestiva in maniera figa ma un bel giorno cade in disgrazia ed ecco perché Dylan le grida How does it feel?
Sembra quasi che glielo urli in faccia How does it feel? Eh?! Di’ un po’, come ci si sente? To be without a home, like a complete unknown. Dillo, dai, dillo come ci si sente a non avere una casa, a essere dei perfetti sconosciuti, dillo come ci si sente a essere like a rolling stone.


Quando Dylan uscì con questo pezzo stava cambiando genere, si stava allontanando dal folk per avvicinarsi al rock e a suoni più elettrici.
Ovunque andasse, lo fischiavano. Giuro. Immaginate il pubblico che fischia Dylan di brutto e che gli urla “Giuda” “Traditore” “Falso” “Ipocrita”. I giornali lo massacravano, la critica riportava i resoconti dei suoi concerti dicendo che la gente se ne andava, perché si sentiva tradita. Solo perché si stava allontanando dal folk. Ma Like a Rolling Stone era schizzato secondo in classifica e al primo posto c’era Help! Vi rendete conto?!
Perché lui in fondo se ne fotteva dei fischi, affrontava tutto con ironia e andava avanti per la sua. Che vi piaccia o meno Dylan, quello di quegli anni è stato una forza della natura e Highway 61 Revisited è il suo disco più bello insieme a Blonde on Blonde e tutti e due rientrano tra i dischi più belli di tutti i tempi.


Ma io ero partita dal 25 aprile. Poi sono finita a parlare di Dylan.
E sapete qual è il filo che mi ha condotto da uno all’altro?
Questa foto di Woody Guthrie.
Buona Liberazione a tutti. Che sia una liberazione vera. E se vi arrivano dei fischi, fottetevene. Andate avanti per la vostra. Parola di Bob.

martedì 14 aprile 2015

Tea For Two

S'è fatta attendere per un bel po', ma torna con un post da applauso. Chissà perché dice sempre quello che vorrei dire io, solo molto meglio. Buon Tea For Two e buona Daria, amici belli. 

E’ da un po’ che non ci si sente.
Ma ci sono stati alti e bassi, come per tutti, e quando ci sono i bassi la mia religione mi impedisce di scrivere il Tea For Two.
Però in tutto questo mi tengono sempre tanta compagnia le playlist di Oimemì. Scopritele anche voi, altro che le sorprese dell’uovo di pasqua.
Ed ecco che un bel giorno quei burloni di Oimemì ti sparano al cuore un pezzo dritto dritto dal 2000 tondo tondo:


I Grandaddy sanno un po’ di primavera, mi riportano a quei pomeriggi nel garage a suonare cose senza senso ma di un divertimento senza precedenti, mi riportano ai Negroni bevuti dopo le prove e alle sere a casa di Boto a sentire un disco, in sette sul letto e altrettanti sparsi sul pavimento.
Così, cercando di ritrovare un pizzico di quella sensazione di leggerezza, decido come ogni anno di fare piazza pulita.
Quest’anno il decluttering non riguarderà solo l’armadio ma anche altre sfere.

Non ho più voglia di gente aggressiva o lamentosa, non ho più voglia di sentirmi vomitare addosso i cazzi di chiunque si senta in diritto di farlo solo perché alla sua domanda “Come va?” io ho risposto “Bene grazie!”. Perché quando dite “Bene grazie!” capita spesso che l’altro si senta in diritto di scaricarti addosso tutta la sua merda e poi magari ti accorgi pure che rispetto a quella che gestisci tu non è nemmeno tanto merda. E allora vaffanculo, perché il mio “Bene grazie!” è un contributo per migliorare l’energia mia, tua e dell’universo intero, perché anche se dovrei dirti “Bene grazie un cazzo”, io cerco di tenere il timone dritto e il pensiero positivo a manetta e quindi non te lo dico per evitare di sommare alla tua merda pure la mia che magari è anche un po’ peggio, che ne sai?


Non ho più voglia di preoccuparmi ECCESSIVAMENTE degli altri. E se dico ECCESSIVAMENTE intendo che supero il limite della paranoia, vi assicuro. E Crosa potrebbe confermare perché pure lui è stufo di vedermi rincorrere con la mente la paura di aver detto una mezza parola sbagliata solo perché uno non risponde a un mio messaggio in cui magari gli chiedo semplicemente come sta. O l’ansia di rispondere subito e in qualsiasi situazione agli altri perché l’ho sempre fatto e se ora non lo faccio più l’altro può pensare che ce l’ho con lui. O quel preoccuparmi sempre per tutti, per troppi e per troppe cose. Va bene l’empatia, ma con me esagera. BASTA PARE, ZIA. A volte ho la sensazione di essere sempre proiettata verso gli altri e allora adesso basta, il decluttering mi farà buttare via questo eccesso di empatia/preoccupazione/chiamala come vuoi. Al centro rimetto me stessa e vi assicuro che a dirlo non è una stronza egoista che lo ha sempre fatto. 

Bene, voi direte, e a me che me ne cale di leggere un post così?

Ve ne cale eccome, perché io ho capito che chi bazzica a casa di cindy tendenzialmente è una gran bella persona, attenta al prossimo e che risponde “Bene grazie” anche se ha appena perso il lavoro e non ha una lira in tasca, una bella persona che ascolta bella musica e legge dei bei libri, rispetta il verde e la buona cucina, ama la vita sana e quindi le persone sane. E che sicuramente si è trovata a doversi corazzare o proteggere contro persone aggressive o che approfittano dell’altrui “Bene grazie!” per frantumare palle e prosciugare energia.

E adesso ditemi, come state? Forza, tutti insieme, anche voi da casa: BENE, GRAZIE!

mercoledì 4 febbraio 2015

Tea for Two

E ancora una volta Daria è riuscita a farmi ridere e piangere dalla commozione nel giro di poche righe. Grazie sorella.


Feel Good Inc. 
Sapete che sono passati già dieci anni dalla sua pubblicazione?
E voi che cosa avete fatto in questi dieci anni?
Io me lo chiedo spesso ultimamente, contando i traslochi fatti, le storie d’amore vissute, gli amici conosciuti, quelli abbandonati e quelli rimasti.
Me lo chiedo pensando a quanto ho suonato in questi dieci anni (troppo poco rispetto a quanto avrei voluto) e quante lingue straniere ho imparato (zero).


Me lo domando guardando quante cose ho colto e ho imparato e quali passioni ho iniziato a coltivare. Dieci anni fa mi regalarono la prima macchina fotografica digitale, poi arrivò la reflex, poi gli obiettivi. Mi sono comprata la mia prima bici da strada, ho ripreso a camminare in montagna e ho continuato ad ascoltare tanta tanta musica. Ho scoperto il power yoga e un amico kinesiologo mi ha fatto del gran bene. Ho ripreso a studiare chitarra e ora studio pure canto e da quando in casa è entrata una Rickenbacker la mia vita non è più la stessa.

Ho iniziato a darmi il colore ai capelli e giuro che ho avuto la fortuna di poter resistere a lungo senza, ho imparato che amare le cose “fashion” non significa essere stronzi e che prendersi cura di sé e sbavare dietro a vestiti, scarpe e borse non è un reato (il fatto che poi io vivrei in tuta è un altro discorso. Ma ho solo tute fighissime, ve lo assicuro).
Ho anche un abbonamento a Elle ma sono sempre io, ossia quella che, leggendo cose tipo “Il mio segreto di bellezza? Un colpo di phon prima di salire in aereo”, pensa sempre e comunque: “ma vaffanculo tu, il colpo di phon e l’aereo”.


In questi dieci anni ho continuato a seguire Il Nipote e ho capito ancora di più cosa significhi amare senza riserve (che poi è il mio modo preferito di amare e forse l’unico possibile), ho visto mia madre in un letto di ospedale (da cui per fortuna è uscita molto bene) e ho capito che il presente è l’unica cosa che conta davvero.
Insomma in questi dieci anni la mia vita è stata intensa, molto. E questa per me è la cosa più importante. Cercherò di fare in modo che continui a esserlo, tutto qui.
Si può rendere intenso anche qualcosa di molto semplice, non è detto che si debba per forza correre a prendere un aereo dandosi un colpo di phon prima di salirci.

Mia madre ha tanta voglia di diventare di nuovo nonna e così ogni tanto mi butta lì l’idea di avere un bimbo. Io non credo lo farò e non perché non mi piacciono i bambini, anzi. Sono meravigliosi, sono puri, ai bambini non verrà mai in mente di fumare, come dicono in This must be the place. 
Non credo che lo farò, semplicemente perché non credo che questa sia la mia strada, la mia vocazione. Non in questa vita, almeno.  
Tra un mese o due compio quarant’anni. Inizierà il secondo tempo e sono certa che sarà così intenso e combattuto che si andrà pure ai rigori.
Ma adesso ditemi qualcosa dei vostri ultimi dieci anni, ma fatelo pensando “feel good feel good feel good”. 
Yeah.

lunedì 1 dicembre 2014

Tea for Two

Buon lunedì, amici miei. Ricominciamo la settimana con Daria e il suo Tea for Two. Are you ready? Let's go!


Questo post va a sostituirne un altro decisamente più crepuscolare e spedito alla Queen solo poche ore fa.
Non bisognerebbe mai scrivere 1) in una giornata uggiosa 2) in piena sindrome premestruale.
Oggi, essendosi verificate entrambe le condizioni, avrei dovuto stare lontana dalla tastiera e invece no, cocciuta, mi sono messa a scrivere.

Non vi capita mai di scrivere e buttare via?
A me sempre, con tutto. Da una minchiatina di post su facebook a una lettera, dal testo di una canzone al post di un blog, da un racconto a un banale sms.
Fatemi vedere da uno bravo.

E poi controllo mille volte che non ci siano errori ortografici. Dio, che male al cuore mi fanno quelli.
Ma non sarà mica ansia di dover sempre avere tutto sotto controllo?
O, no no, ascoltatemi, non sarà invece paura di essere giudicati?
Oppure ancora non sarà pura e semplice ossessione maniacale?
E lasciati un po’ andare Daria, eccheccazzo.


Sto imparando tante cose, credetemi. Sto cercando di mollare un sacco di prese, di non arrabbiarmi, no, giuro, nemmeno in macchina dove in genere faccio scendere le bestemmie peggiori o, come dice Crosa, dove faccio venire giù anche i satelliti.
Sto cercando di guardare sempre il lato positivo, sì perché ormai è risaputo che la mente influisce sulla nostra vita in maniera sorprendente.
Se pensate sempre in negativo, se tendete a essere pessimisti, non potrete mai attirare positività.
Se, al contrario, pensate in positivo, elaborando proiezioni mentali di voi stessi felici e appagati, se provate a non odiare più gli altri, se tentate di abbandonare i pensieri negativi giorno dopo giorno, con costanza, allora le cose inizieranno a girare per il verso giusto.

Quando studiavo ero inciampata nel teorema di Thomas: “Se si definisce una situazione come reale, essa sarà reale nelle sue conseguenze”.
Fate voi.
E fatemi vedere da uno bravo.

P.S. Chiaramente ho scelto questo pezzo anche perché avevo voglia di sentire qualcosa di leggero, estivo, per poi pentirmene subito dopo e decidere di sostituirlo con un altro un po’ meno leggero ed estivo per propendere per qualcosa di più consono, però... Piantala Daria, lascia ‘sto pezzo e vai a guardarti un film.


martedì 11 novembre 2014

Tea for Two

It's Tea for Two time, dudes. Buona lettura. 


Non vorrei che questa questa rubrica prendesse una sentimentale e preoccupante piega nostalgica, ma l’altro giorno mi è successa una cosa che vi devo assolutamente raccontare.
Sono uscita di casa e in strada c’era una coppia di ragazzi che parlava. Lui sul motorino e lei accanto, sul marciapiede. Che c’è di strano? Niente.
Ma lui aveva il motorino ACCESO.
Oltre ad aver riconosciuto subito l’inconfondibile rumore da motore truccato, avvicinandomi ho sentito anche QUEL profumo.
La miscela.
Un tuffo al cuore. 
Se io non avessi mai sentito l’odore della miscela non potrei dire di avere veramente vissuto.
Perché quell’odore è quello dell’adolescenza, delle estati trascorse nel Paesino dove ciondolavo felice dal mattino alla sera insieme ai miei amici, libera di potermi muovere come volevo, tanto più di un tot non ci si poteva allontanare e con niente, o quasi, ci si poteva divertire.
L’odore della miscela mi ha riportato lì, in un secondo.


La panchina della piazza è l’unico punto all’ombra in questo luglio bollente in cui si sentono solo i grilli, almeno fino a che non iniziano ad arrivare alla spicciolata le Vespe (truccate), un Fifty e un altro paio di cinquantini che vogliono sembrare già moto “da grandi”. Tutti egualmente rumorosissimi.
L’odore della miscela è potentissimo, l’unico in grado di coprire quello dell’adolescenza.
Ci ritroviamo tutti lì sulla panchina, a fare che cosa me lo chiedo ancora oggi.
Ma stiamo bene. Ridiamo, parliamo, qualcuno fuma (di nascosto), qualcun altro dà il via a un fuoco incrociato di gavettoni “e vaffanculo che mi ero appena acceso la sigaretta” grida uno mentre l’altro ride strizzandosi la maglietta e non ha ancora finito di strizzarla che gli arriva un altro gavettone nella schiena e giù a ridere a crepapelle mentre l’altro “oh se mi bagnate lo stereo vi ammazzo, ci ho pure messo le pile nuove” “e allora metti un po’ qualcosa di bello” perché lui era quello che ci portava sempre le novità. E mentre io e un altro ci avviciniamo allo stereo ad ascoltare, silenziosi seri e assorti come intorno a un tesoro appena trovato sulla panchina, quello accende e ci dice: “si chiamano CCCP. sono pazzeschi”.

Ed è vero. Sono pazzeschi. Ovviamente vogliamo sentire a ripetizione quella di “spermi spermi spermi spermi indifferenti” perché a quell’età lì non sai ancora bene di cosa si stia parlando, almeno non io, ma i maschi evidentemente qualche idea in solitaria se la sono già fatta e questa cosa li fa ghignare parecchio.
Intanto arriva anche quello che mi piace. E io gli piaccio di conseguenza, anche perché femmine qui siamo poche e io comunque non sono proprio da buttare via.
Con una scusa finisce sempre che ci troviamo vicini sulla panchina e lui è più grande di me ma io so come fargli girare le palle perché mi basta scherzare un po’ di più con qualcun altro e via, vedo subito che si ingelosisce. Così iniziamo a strattonarci, facendo finta di fare la lotta almeno poi lui ha la scusa di abbracciarmi quando io faccio finta di incazzarmi.

Nel frattempo vediamo arrivare uno della banda a piedi. Noi, sbalorditi. “A piedi?! Ma sei fuori? Si è rotta la Vespa?” “No, non si è rotta la Vespa. Ma mia madre mi ha beccato a fumare e allora mi ha detto che oggi, se volevo uscire, dovevo farlo a piedi. Oh dammi una sigaretta va, che mia madre oltre alla Vespa mi ha sequestrato pure quelle”.
Intanto i CCCP continuano a girare e con loro l’odore di miscela e il profumo di quei pomeriggi che mi piombano addosso tutti insieme di colpo, mentre ferma sotto casa, più di vent’anni dopo, mi blocco ad annusare l’aria.

lunedì 13 ottobre 2014

Tea for Two

Bentornata, Daria. 


Si fa un gran parlare di Frida Kahlo, in questo periodo, e della mostra a lei dedicata a Genova.
Donna tosta e sofferente, come la città che la ospita e a cui non possiamo non pensare in un momento per lei così atroce.
Ma, onde evitare di cadere nella retorica o nelle polemiche, che ritengo giusto e rispettoso lasciare ai zenesi, non parlerò della Superba. E’ talmente grosso e tremendo e ingiusto tutto ciò che sta attraversando da farmi sembrare inopportuno qualsiasi commento.   

Per cui, partendo da Frida Kahlo e da quello che rappresenta per i suoi innamorati, vorrei parlare di un’altra gran donna che ho nel cuore e per la quale ho sempre nutrito un amore viscerale e spontaneo (che invece non mi è mai esploso per Frida Kahlo, della quale devo dire so molto poco).
Ne voglio parlare perché all’ennesima frase su Frida Kahlo del tipo “la trasposizione della vita nell’arte”, oltre a venirmi il prurito (che credo sarebbe venuto anche a Frida Kahlo), ho ripensato alla vita di questo miracolo della natura che si chiama Edith Piaf.


Il film a lei dedicato è uno di quelli che guarderei mille volte. Ed è uno di quelli che mi fanno sempre piangere. Di commozione, di emozione per quella voce incredibile, per quel modo di stare sul palco e muovere le mani, per la sua irriverenza, la sua disobbedienza, la sua sregolatezza, il suo restare a testa alta fino alla fine, quel suo “non rimpiangere nulla” che cantava con tanto orgoglio sfidando il palcoscenico anche quando le proibivano di cantare.
Lei, con quel suo vestitino scuro e castigato, cantando praticamente immobile su un palco semibuio, faceva spettacolo con la sua stessa voce. “Solo” con quella.

“Voglio far piangere la gente anche quando non capisce le mie parole”, diceva.
Con me ci sei riuscita, Edith Piaf. 
E La Foule è uno dei miei pezzi preferiti perché mi strugge, mi stropiccia l’anima fino a farmi venire il nodo in gola e al contempo, sulla scia del ritornello, mi diverte e mi fa venire voglia di essere sfacciata e impertinente. Mi genera una moltitudine di stati d’animo molto diversi tra loro e tutto questo solamente con l’incanto della sua voce.

In questo anniversario del 10 ottobre, non voglio parlare del suo dolore, delle difficoltà della sua vita. 
A me piace sorridere pensando a Edith Piaf, ricordandola sfrontata e irriverente come solo lei poteva permettersi di essere.
Come nella scena del film in cui il medico, visitandola, le dice: 
“Dovreste annullare questo concerto, Signora Piaf. State giocando con la vostra vita”.
E lei beffarda: “E allora? Bisogna pur giocare con qualcosa”.


lunedì 21 luglio 2014

Tea for Two

Io e Daria ci siamo innamorate. Leggete e scoprite di chi. E vi dico con assoluta certezza che vi innamorerete anche voi, se non lo siete già. 

Non ricordo se ho già usato questo pezzo come sottofondo, ma si accompagna così bene alle riflessioni che sto per farvi, che ve lo (ri)propongo.


Ed è nel desiderio di bellezza che profuma questo periodo della mia vita che la Queen scopre e ci regala The Noisy Plume. Incantata da questo blog corro a vedere la pagina Flickr. Amore folle a prima vista. 
Immagini di vita a due da sogno, vita semplice, casetta nel bosco e natura onnipotente e incontaminata. Montagna, tanta montagna, boschi canadesi a perdita d’occhio.
Il tutto con un tocco fashion della padrona di casa che mescola gusto sopraffino per abiti e gingilli (creati da lei stessa) a mani bellissime e unghie che sprofondano nella terra e nei lavoretti manuali.
Lei si chiama Jillian e io e la Queen abbiamo deciso che è la nostra migliore amica.


L’altra sera in birreria racconto a Crösa di lei e Robert, il suo compagno, e di tutto quello che ho ricostruito guardando le foto. Gli descrivo questa vita semplice e favolosa, sognando a occhi aperti, gli dico che in fondo si potrebbe provare a circondarsi di bellezza di quel tipo anche qui, per esempio costruendosi le cose da soli. 
“La libreria, Crösa, è bellissima, scaffali di legno tenuti su da blocchi di cemento, poi ci metti due piantine, qualche libro et voilà, alla faccia dell’Ikea capisci?”
Crösa beve e mi guarda e ride: “e facciamo ‘sta libreria. Anzi, fai che decidere come la vuoi e Crösa poi la fa. Ma di cosa vivono? Cosa mangiano?”
“Uova, Crösa, mangiano un sacco di uova. Ci sono un sacco di foto di uova, ma vedessi che belle!”
“Uova - dice lui, lentamente e reggendo il boccale -  Uova. Cosa c’è di meglio di un bell’uovo dopo essermi sparato una giornata in fabbrica?”. Ride Crösa e mi chiede: “Adesso facciamoci la domanda fondamentale. Di che cosa vivono questi due? Lavorano? O almeno lui, lavora?”
Panico. Scrivo alla Queen che mi rassicura subito.
“Sì! Lui fa il vigile del fuoco e spesso va in trasferta in California. Poi lui torna a casa e lei lo aspetta in questa casetta che sa di fiaba, col divano con sopra una coperta di lana fatta a mano”.
Per Crösa è troppo, posa il boccale sul tavolo: “Eh no, cazzo, la coperta di lana no. Mi fa tristezza.”
“Va bene, va bene, niente coperta di lana allora - pausa - Però la casa è proprio carina, tra gli alberi, con un Airstream parcheggiato davanti a casa”. 
“Un Airstream. Roba da yankee”.


Ormai sa che seguo Jillian. Così stasera, parlando di case, Crösa mi dice con tenerezza: “Senti, facciamo così. Andiamo a vivere in Canada. Anzi ci portiamo anche la Queen e Gabriele. Io e lui facciamo i vigili del fuoco, che sarà comunque meglio della merda che si mangia qua, voi due ve la contate tutto il giorno, sul divano con la copertina di lana colorata (almeno che sia colorata, mi raccomando, se no fa proprio vecchio), vi fate il tè, andate a farvi delle camminate in montagna, nel weekend andiamo a camminare tutti insieme, ci ingozziamo di uova e viviamo tranquilli”.
A me, tra l’altro, le uova piacciono un casino.