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venerdì 15 gennaio 2016

Ho scritto anch'io un post su Bowie


Sì, ho scritto anch'io di David Bowie. Del resto, come potevo non farlo? Domani compio 43 anni, da qualche giorno lui è morto e si è portato via un pezzo della mia adolescenza. Sono venuti a mancare tanti cantanti, in questi anni, ma nessuna perdita mi ha colpita così tanto. Mi chiedevo perché, in questi giorni, e ho capito che è come se fosse il primo amico che se ne va. Quello della compagnia, magari un po' più grande di te, che improvvisamente viene a mancare e il tuo mondo perde un pezzo. Tu perdi un pezzo di te stessa. 

Quando è morto John Lennon ero troppo piccola per realizzare cosa fosse successo, pur rendendomi conto che era qualcosa di enorme. Quando è morto Freddie Mercury, l'ho semplicemente acquisito come un fatto della vita. Non sono mai stata una fan dei Queen, del resto. Quando è morta Amy Winehouse, ne sono rimasta colpita, ma l'ho conosciuta per troppo poco tempo per volerle bene veramente. E poi ero ce l'avevo con lei da morire, la rabbia ha superato il dolore. E' stato brutto quando è morto Lou Reed, ma per quanto molto amato, lui ha frequentato solo una piccola parte della mia vita. Ma con Bowie è diverso, dio mio, Bowie c'è sempre stato. 


La prima canzone che ho sentito di David Bowie è stata senza dubbio Absolute Beginners. Era il 1986, io avevo i jeans con i risvolti - esattmente come ora -  e non mi ero ancora ripresa dalla visione di Simon Le Bon a Sanremo con il piede rotto. Le mie giornate erano divise tra scuola, compiti e Deejay Television. Ed è stato lì che ho visto per la prima volta il video in cui Bowie, vestito di tutto punto, si aggira per una Londra in bianco e nero. Quel ritornello mi era rimasto in testa per giorni, ma non m'è venuta voglia di saperne di più. Ero una ragazzina, c'era ancora troppo Simon Le Bon nel mio cuore. 

Per un po' di anni, per me, Bowie è rimasto il Bowie di metà anni '80: un elegantissimo signore inglese, che sapeva portare capelli ossigenati con lo stile di pochi. E con una buona dose di figaggine, come dimostra il video di Let's Dance. Bowie per me era quello del duetto con Mick Jagger e della canzone con Pat Metheney. Una presenza costante, nelle mie giornate attaccata alla radio, ma non una passione bruciante. 


Ho capito che David Bowie era anche qualcosa di diverso quando ho visto Christiane F. e i ragazzi dello zoo di Berlino. Ma quel film mi aveva inquietata troppo. All'immagine pop di Bowie che avevo avuto fino a quel momento, se ne affiancava una sbrigativa di "musica da tossici" (ti chiedo perdono, David, ero giovane). Sono passati davvero tanti anni, ma ancora mi chiedo come abbia potuto non rimanere folgorata da Heroes, in quel film. 

Il momento di innamorarmi di Bowie è arrivato anni dopo, quando ormai ero all'università, e un'amica è arrivata con un sacchetto pieno di CD di Bowie dicendo: "mia cugina si trasferisce, dobbiamo assolutamente copiare questi CD prima che parta". Assolutamente, certo. Come se fosse una questione di vita o di morte, certo. Del resto, spesso la musica è questione di vita o di morte. Spesso la musica ti salva la vita, quasi sempre te la migliora. E aver copiato quei CD, senza fare altro per un'intera giornata, ha reso la mia indubbiamente più bella. E più ricca. 


Il primo disco che ho ascoltato è stato Ziggy Stardust che, ovviamente, rimane il mio preferito. Come descrivere quello che succede quando ascolti un disco che ti cambia la vita? Ti scatta qualcosa dentro, un senso di gratitudine, di appartenenza, la sensazione, l'improvvisa certezza che là fuori nel mondo ci sia qualcuno che ha capito perfettamente chi sei. Lo ha spiegato bene La Pina qualche giorno fa, parlando di Rock 'n' Roll Suicide: "quel modo di dire 'you are not alone' mi ha cambiato la vita". Basta una frase, un'accordo, un modo di dire una certa cosa. E' un'emozione fortissima, la sensazione più bella che ti dà la musica ed è per questo che la amo così tanto. Quindi David, grazie di avermi fatto sentire così. Grazie di esserci stato. E di esserci per sempre. 

mercoledì 5 agosto 2015

Ricominciare


E alla fine mia suocera se n'è andata. Il mese di luglio se l'è portata via con una rapidità e una violenza che hanno lasciato tutti increduli e traballanti. Una stupida malattia ha sconfitto una donna che sembrava poter affrontare tutto, nella sua vita, e che ci ha lasciati soli, con un vuoto incredibile da colmare. 

In questi brevi ma eterni giorni di malattia, abbiamo passato tutti gli stati d'animo: preoccupazione, ottimismo, speranza, incredulità, disperazione, rassegnazione, tristezza, accettazione, rabbia, stanchezza, e mille altre sensazioni che, in questa infinita giostra di emozioni, adesso sinceramente non ricordo. Questi giorni sono stati intensissimi, pieni di sentimenti e infinitamente pieni di parole. 

Abbiamo passato ore a interrogarci sul perché, perché a lei, perché a noi. Perché. Ma non c'è nessun perché, nessuna spiegazione. Non esiste logica, non esistono motivi. E' così e basta. Del resto, diventare grandi vuol dire saper accettare quello che non si può cambiare e noi, in queste tre settimane, siamo cresciuti davvero tanto. 

In tutto questo chiedermi perché, nei giorni passati, mi sono fermata a riflettere su che senso avesse vivere. Si nasce, si cresce, si vive una vita da adulti, si assistono i propri cari, ed infine si muore. E quindi? Dove sta il senso? Dove sta la chiave di tutto? E poi, là in mezzo a quel bosco dove passeggiavo, ho capito tutto: il senso sta nel qui e ora. Il senso sta nel godere di quello che ci viene dato, di ogni piccola e grande cosa bella. Le cose belle sono infinitamente di più di quelle brutte, in questa brevissima vita che ci è dato vivere, basta ricordarselo. 

Basta andare più lentamente, guardare alle cose come fanno i bambini, stupirsi, emozionarsi, vivere più intensamente, più consapevolmente. Forse, mi son detta, le persone care ci vengono a mancare proprio per ricordarci di vivere così. Di apprezzare la vita, in ogni sua piccola e minuta manifestazione. 

E allora, per dare un senso a quel perché e per dare un senso a questa perdita, ho deciso di vivere meglio. Nel rispetto di chi ci è venuto a mancare e delle persone che sono ancora intorno a me. Basta lamentele, basta energia negativa, basta menate. Un sorriso, un fiore, il cane che rincorre una lucertola, un dolce cotto alla perfezione, la musica, i libri, la mano di mio marito nella mia, le risate con gli amici, le scoperte e le novità. Non voglio dare peso ad altro ora. Voglio vivere e essere felice. Indossando tutti quei vestiti che mia suocera amava così tanto vedermi indosso e sfoggiando il rossetto rosso che lei si era comperata pochi giorni prima di ammalarsi. 

Voglio ricominciare a vivere, Maria. E lo voglio fare col sorriso. So che tu non vorresti altro. 

martedì 9 giugno 2015

Mi piace quando Vero preme play

Io non è che proprio, proprio ami molto Elton John, ultimamente. Nutro per lui un enorme affetto, come per un vecchio zio un po' eccentrico, ma la sua musica ecco, magari anche no. Però anch'io - come tutti, credo -  ho avuto il mio periodo Elton John, milioni di anni fa, e quella raccontata da Vero in questo post era sicuramente una delle mie canzoni preferite, soprattutto per la possibilità di lanciarmi in gridolini nella parte di Kiki Dee. 

E voi? Avete avuto il vostro periodo Elton John? Qual'era la vostra canzone del cuore? 

Buona lettura, amici miei. E buon amore, quello bello, come dice Vero. 

Quando ero piccola, piccola tipo cinque anni, la mia canzone preferita era “Don't go breaking my heart” di Elton John e Kiki Dee, datata 1993.


Mia madre sapeva che quella canzone mi teneva a bada per una manciata di minuti e puntualmente nel pomeriggio prendeva la cassetta, la inseriva nello stereo lasciandomi saltellare per la cucina. Ascoltavo quella canzone cinque o sei volte in a row, proprio come faccio ora per le preferite del momento attirandomi addosso l’ira di chi gravita nella mia atmosfera.

Stamattina, una mattina che seguiva una giornata interminabile pesante, piena di lacune e di mah!, ho pensato bene di andare a ricercare quella bambina che si nasconde ancora dentro di me e mi sono regalata un momento con questa canzone.

Elton John, noi lo sappiamo tutti, è un bad boy di quelli che non te lo da a vedere.
E’ uno di quelli che se lo incontri ad una festa di sconosciuti, ci passi il resto della serata a commentare le pratiche bizzarre degli europei nelle feste canadesi.


Insomma, avete presente i duetti di Marvin Gaye? Elton ha voluto fare una cosa del genere perché, chi l’ha detto che solo Marvin ne è capace.

La canzone parla di due innamorati, del momento dell’amore quello bello, di quando non ci si conosce ancora bene e non si sa ancora delle manie da paranoico dell’uno e del caratteraccio dell’altra, del momento in cui chi se ne frega delle differenze caratteriali, io t’amo ma tu non spezzarmi il cuore.

Certo che non te lo spezzo il cuore, per chi mi hai preso.
Questa è la canzone delle promesse che, diciamocelo, prima o poi si rompono.


Allora andiamocela ad ascoltare la canzone del “non spezzarmi il cuore tanto lo so che prima o poi lo farai ma nel frattempo prendiamoci per mano e trallallà”.

Tutto questo pero’ la Veronica di sei anni non lo sapeva ancora e ballava spensierata in una cucina di una casa dove non vive piu’ mentre ripeteva le parole di una canzone che conosceva ancora meglio del buon vecchio Elton in una lingua che non ancora aveva imparato ad amare.


lunedì 2 febbraio 2015

A week of dreams #2

Buona settimana con Katiuscia e la sua pioggia di bellezza. 

L'ispirazione arriva quando meno te l'aspetti.
Chiaccherando con mio cugino Andrea, davanti un'insalata scondita, cercando di riassumere in due ore quasi dieci anni di vita. È successo anche a voi, ne sono certa,quando vi ritrovate con una persona cara, dopo lungo tempo. I discorsi si accavallano, i racconti si susseguono veloci, si parla di tutto, nel nostro caso anche di colori. 
Andrea lavora nel mondo della moda, è una di quelle persone che possono permettersi di dire di essere nati creativi. Nel suo lavoro si occupa della creazione di capi: suo il modello, la scelta del tessuto, il packaging. Mi ha raccontato dell'indaco, di come le donne indiane lo utilizzino per tingere i tessuti, per stamparli a mano con timbri in legno intarsiato. 
Un colore che per me ha qualcosa di magico, forse perché, ogni volta che vedo qualcosa di quel colore penso a mio cugino, a quanto è stato bello riabbracciarlo.

A week of dreams #2...Indigo...

martedì 11 novembre 2014

Tea for Two

It's Tea for Two time, dudes. Buona lettura. 


Non vorrei che questa questa rubrica prendesse una sentimentale e preoccupante piega nostalgica, ma l’altro giorno mi è successa una cosa che vi devo assolutamente raccontare.
Sono uscita di casa e in strada c’era una coppia di ragazzi che parlava. Lui sul motorino e lei accanto, sul marciapiede. Che c’è di strano? Niente.
Ma lui aveva il motorino ACCESO.
Oltre ad aver riconosciuto subito l’inconfondibile rumore da motore truccato, avvicinandomi ho sentito anche QUEL profumo.
La miscela.
Un tuffo al cuore. 
Se io non avessi mai sentito l’odore della miscela non potrei dire di avere veramente vissuto.
Perché quell’odore è quello dell’adolescenza, delle estati trascorse nel Paesino dove ciondolavo felice dal mattino alla sera insieme ai miei amici, libera di potermi muovere come volevo, tanto più di un tot non ci si poteva allontanare e con niente, o quasi, ci si poteva divertire.
L’odore della miscela mi ha riportato lì, in un secondo.


La panchina della piazza è l’unico punto all’ombra in questo luglio bollente in cui si sentono solo i grilli, almeno fino a che non iniziano ad arrivare alla spicciolata le Vespe (truccate), un Fifty e un altro paio di cinquantini che vogliono sembrare già moto “da grandi”. Tutti egualmente rumorosissimi.
L’odore della miscela è potentissimo, l’unico in grado di coprire quello dell’adolescenza.
Ci ritroviamo tutti lì sulla panchina, a fare che cosa me lo chiedo ancora oggi.
Ma stiamo bene. Ridiamo, parliamo, qualcuno fuma (di nascosto), qualcun altro dà il via a un fuoco incrociato di gavettoni “e vaffanculo che mi ero appena acceso la sigaretta” grida uno mentre l’altro ride strizzandosi la maglietta e non ha ancora finito di strizzarla che gli arriva un altro gavettone nella schiena e giù a ridere a crepapelle mentre l’altro “oh se mi bagnate lo stereo vi ammazzo, ci ho pure messo le pile nuove” “e allora metti un po’ qualcosa di bello” perché lui era quello che ci portava sempre le novità. E mentre io e un altro ci avviciniamo allo stereo ad ascoltare, silenziosi seri e assorti come intorno a un tesoro appena trovato sulla panchina, quello accende e ci dice: “si chiamano CCCP. sono pazzeschi”.

Ed è vero. Sono pazzeschi. Ovviamente vogliamo sentire a ripetizione quella di “spermi spermi spermi spermi indifferenti” perché a quell’età lì non sai ancora bene di cosa si stia parlando, almeno non io, ma i maschi evidentemente qualche idea in solitaria se la sono già fatta e questa cosa li fa ghignare parecchio.
Intanto arriva anche quello che mi piace. E io gli piaccio di conseguenza, anche perché femmine qui siamo poche e io comunque non sono proprio da buttare via.
Con una scusa finisce sempre che ci troviamo vicini sulla panchina e lui è più grande di me ma io so come fargli girare le palle perché mi basta scherzare un po’ di più con qualcun altro e via, vedo subito che si ingelosisce. Così iniziamo a strattonarci, facendo finta di fare la lotta almeno poi lui ha la scusa di abbracciarmi quando io faccio finta di incazzarmi.

Nel frattempo vediamo arrivare uno della banda a piedi. Noi, sbalorditi. “A piedi?! Ma sei fuori? Si è rotta la Vespa?” “No, non si è rotta la Vespa. Ma mia madre mi ha beccato a fumare e allora mi ha detto che oggi, se volevo uscire, dovevo farlo a piedi. Oh dammi una sigaretta va, che mia madre oltre alla Vespa mi ha sequestrato pure quelle”.
Intanto i CCCP continuano a girare e con loro l’odore di miscela e il profumo di quei pomeriggi che mi piombano addosso tutti insieme di colpo, mentre ferma sotto casa, più di vent’anni dopo, mi blocco ad annusare l’aria.

mercoledì 15 ottobre 2014

Il dolce del cuore: Francesca

Lettori cari, devo tirarvi le orecchie! Nonostante il grande successo del post in cui vi chiedevo di mandarmi il vostro dolce del cuore, sono arrivate solo due ricette. Ed è davvero un peccato, perché nel leggere la storia dei vostri dolci provo la stessa emozione che sento quando leggo le vostre wishlist, in quelle parole ci siete voi, i vostri sogni, la vita che portate con voi, mi sembra di conoscervi meglio ed è davvero come avervi qui a bere un tè insieme. Ho temporeggiato un po' in attesa che ne arrivassero altri, ma poi mi sono decisa a pubblicare quelli che mi sono stati inviati. E chissà che leggendo queste ricette non vi venga l'ispirazione di mandarmi anche il vostro dolce del cuore? 

Francesca è stata la prima a mandarmi il suo dolce, una torta che porta con sé una storia bellissima. Io purtroppo non l'ho cucinata perché sono in lotta con il burro, ma se voi non avete problemi, vi consiglierei di farla. Dev'essere favolosa. E magica!



Mio marito è nato in Sudafrica e ha vissuto là fino all’età di dieci anni…io mi perdo nei suoi racconti d’infanzia legati ad un mondo da noi così lontano...i safari, i rumori della savana, il suo mal d’Africa (perché è la che ha lasciato un po’ del suo cuore). Mi ha promesso di portarmi  un giorno a vedere da vicino i “suoi” maestosi elefanti e le infide iene ma la vita per ora ci trattiene fortemente qui…però sono sicura che prima o poi anche io potrò vivere un po’ dei suoi ricordi. 

Così, a volte, quando una ricorrenza lo richiede o semplicemente per vedergli nascere un sorriso spontaneo sulle labbra preparo la Milk Tart, la torta sudafricana di origine boera, da gustarsi con una tazza di rooibos. Dopo tanti tentativi falliti e altri riusciti solo a metà ho trovato finalmente la ricetta che corrisponde al sapore del suo ricordo…eccola:

Milk Tart

Per la frolla:
100 g burro freddo
100 g zucchero
230 g farina
1 uovo (leggermente sbattuto) 
2 g sale
½  cucchiaino di lievito
buccia grattugiata di un limone bio

Per il ripieno:
750 ml latte
75 g burro
3 uova
100 g zucchero
semi di vaniglia
30 g amido di mais


Preparare la frolla impastando velocemente tutti gli ingredienti per ottenere una palla che si farà riposare in frigorifero per almeno una mezzora. 
Nel frattempo sbattere i tuorli con lo zucchero e la vaniglia e poi l’amido di mais. Montare i bianchi a neve ben ferma con un pizzico di sale. Sciogliere il burro sul fuoco con il latte e prima che prenda il bollore aggiungerlo a filo al composto di uova, zucchero e amido di mais. Una volta raffreddato aggiungere i bianchi a neve. Infornare prima la frolla con i fagioli a 170° per 20 minuti poi per 10 minuti senza i fagioli e infine 30 minuti con il ripieno a 180°. 

martedì 30 settembre 2014

Mi piace quando Vero preme play

Sono felicissima di annunciarvi il ritorno di Veronica e della sua musica. Ci era mancata, vero? A me tantissimo. John Mayer, l'amore di cui ci parla oggi, è stato il suo regalo per la mia estate. Lei se ne era innamorata al concerto dei Rolling Stones e mi aveva scritto un messaggio così pieno di sentimento che mi son sentita in dovere di correre ad ascoltarlo anche io. Bum. Follemente innamorata pure io. Chissà, sarà stato per il clima un po' matto di quest'estate - come dice Veronica -, sarà che John ci sa davvero fare, non so...fatto sta che la sua musica ha scandito le mie giornate e continuerà a farlo per molto tempo. Grazie Veronica, non potevi farmi regalo migliore. Buona lettura!

Dopo la pausa estiva sentivo la necessità di tornare a trovarti, stavolta cercherò di stupirvi con effetti speciali e fuochi d’artificio. Insomma,  il mio amore per John Mayer ormai non è più un segreto e diciamo che gran parte dell’estate - estate? Quale estate? - io l’ho passata in sua compagnia. 


L’estate è stata altalenante e nostalgica, di quelle che somigliano all’autunno, di  quelle che ti fanno pensare a cosa facevi dieci anni prima. Il tempo, dunque, è stato il tema della stagione passata, quello che passa purtroppo e per fortuna. John è uno di quelli che tempo fa, ha ampiamente descritto il processo di “crescita” in una di quelle canzoni che ho consumato durante gli ultimi mesi. La canzone di cui vi parlo oggi, dunque, si chiama Stop this Train e per capire il pathos e approfittare della vista di un piacente giovane, vi esorto a guardare il filmato del live al Nokia Theatre in LA.


La canzone parla del tempo che passa, delle vicende che ci attanagliano, delle cose che vorremmo evitare, della sensazione di protezione e conforto che sarebbe quella di poter tornare indietro, quando tornare a casa significava davvero tornare a casa, quella dove siam stati  cresciuti e amati, dove abbiamo alimentato i nostri sogni, dove abbiamo pianto le nostre sconfitte.


Pensate a quanto potrebbe essere confortante, andiamo dietro di qualche anno, vi racconto quello che era per me tornare a casa: 
siamo appena usciti da scuola, volano baci e promesse di telefonate pomeridiane, ci si dirige verso l’autobus che è sempre in ritardo, altri baci e altre promesse, si sale e si caccia un libro dallo zaino. Dopo circa venti minuti di corsa si scende alla fermata dopo altri baci e altre promesse. L’auricolare butta fuori una canzone di un certo Maximilian Hecker, amore di gioventù – niente a che vedere con John -, si percorrono circa 200 m e si è nella via di casa, già si intravede il balcone bianco, citofoniamo: “chi è?” “sono io”. Si entra a casa, profumo di ragù, svolta a sinistra sul corridoio, mio nonno seduto al solito posto mi sorride. Stop. E’ lì che vorrei tornare.

Poco rock’n’roll, lo ammetto, lo premiamo comunque il tasto play?

lunedì 7 luglio 2014

La mia vita e i mondiali di calcio


Michele Serra, in un articolo di qualche giorno fa su Vanity Fair, sosteneva che la vita di ciascuno di noi potrebbe essere scandita dai mondiali di calcio: arrivano ogni quattro anni, ci colgono in momenti molto diversi e, come istantanee inaspettate, ci fotografano lungo il nostro percorso di vita. Questa riflessione mi ha stuzzicata e ho deciso anch'io (che si sa sono piuttosto egocentrica) di ripercorrere la mia vita seguendo le tappe dei mondiali. 

I primi mondiali di cui ho ricordo sono quelli del 1982. Ho iniziato alla grande, non c'è che dire. La Cinzia che ha vissuto quei mondiali era una bambina incredibilmente felice, in campeggio in Gargano con famiglia e amici. Ogni anno, mio papà faceva tre settimane di ferie, che noi trascorrevamo per intero in tenda, qua e là per l'Italia. Tre settimane a piedi nudi, fatti di giochi nell'acqua fino al tramonto, rumore di cicale e fumetti da leggere nel primo pomeriggio, quando tutti dormivano. Credo che il mio infinito amore per l'estate risalga a quei momenti di paradiso. La Cinzia dell'epoca aveva un paio di zoccoletti di legno, una maglietta di Candy Candy tutta glitterata e non portava ancora gli occhiali. Delle partite non ricordo nulla, mio papà non era minimamente tifoso e non c'era la TV. Ricordo di aver ascoltato la finale alla radio, insieme al mio amichetto, che aveva scagliato il pallone al cielo al momento di un gol dell'Italia, chissà poi di chi. 

Dei mondiali del 1986 non ho praticamente nessun ricordo. Potrei ipotizzare che l'Italia non sia andata avanti molto, perché ricordo solo le partite di giugno, che mi infastidivano notevolmente perché in quel mese c'è la festa del patrono al mio paese, con giostre e musica, e le strade erano deserte. All'epoca facevo le medie e lo sport praticato con le mie amiche era mangiare gelati, macinare chilometri a vuoto e guardare i ragazzi più grandi. Di quelli del 1990 ricordo che ero in vacanza al Lago di Garda, insieme alla mia amica del cuore di sempre, che ora non mi saluta più per motivi a me ancora sconosciuti. Le partite le guardavamo al bar del campeggio ed eravamo sufficientemente sfrontate da tifare spudoratamente Argentina, durante la finale, circondate unicamente da tifosi tedeschi. 

Poi sono arrivati i mondiali del 1994. Brenda Walsh era la mia icona di stile, credevo di essere felice ma non mi rendevo conto di aver commesso due errori fondamentali: avevo scelto tedesco come seconda lingua all'università, che odiavo profondamente ma non avevo il coraggio di cambiare, ed ero appena tornata insieme a quello che sarebbe diventato il mio fidanzato "storico", per il quale ho rinunciato a troppe cose importanti senza esserne consapevole. Le partite le vedevamo alla birreria del mio paese e ricordo distintamente di aver visto più di una persona piangere al rigore mancato di Roberto Baggio. Quelle stesse persone che avevano il chiodo e i camperos e passavano le serate con il cofano della macchina aperto a sentire il motore. Robe di provincia.

Del 1998 non ho un singolo ricordo. Non stavo molto bene, credo. Ho pochi ricordi anche dei mondiali del 2002, erano quelli della Corea mi pare. Ricordo solo che in ufficio avevamo una radiolina che si sentiva malissimo e ci arrivavano echi di disfatte ingloriose. Io all'epoca avevo un lavoro che adoravo e colleghi amatissimi che rendevano le ore passate in ufficio un vero piacere. Avevo chiuso la mia famosa storia con il fidanzato "storico" e mi sentivo leggera. I mondiali del 2006, invece, me li ricordo benissimo. Sposati da poco, io e mio marito vivevamo in un condominio che avrebbe potuto tranquillamente essere l'ambientazione per un libro di Pennac. Stavamo per cambiare radicalmente la nostra vita e non so se, mentre guardavamo le partite seduti sul divano dei vicini, ne fossimo già consapevoli. La Cinzia di quell'anno era magrissima, non sapeva cucinare e non aveva ancora capito l'importanza della protezione 50. 

Ricordo pochissimo dei mondiali del 2010, siamo usciti piuttosto presto vero? E poi sono troppo vicini nel tempo, impossibile guardarsi indietro con sufficiente distacco. E che dire di questi del 2014? A parte la disfatta calcistica della nostra nazionale, mi risulta difficile fare un ritratto della Cinzia di oggi. Spero che, se dovessi fare questo gioco a distanza di anni, l'istantanea di questi tempi mi restituisca l'immagine di una Cinzia un po' in ansia, ma che ha finalmente trovato la propria strada e che ha saputo trovare il coraggio di vivere la vita che desidera. Una Cinzia che sta per festeggiare i dieci anni di matrimonio, ancora incredula della propria fortuna. Una Cinzia con qualche ruga, ma di quelle che vengono con il sole e i sorrisi.