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venerdì 26 febbraio 2016

Mi piace quando Vero preme play: l'amore

Buongiorno, amici belli! Come state? Qui è un venerdì di sole, che sembra però preludere a un fine settimana con la neve. Io pensavo già a sandaletti e primavera, ma cercherò di farmene una ragione. Intanto, il mio motivo di felicità ce l'ho: torna Vero, si siede sul divano e ci racconta di musica. Anzi, a ben vedere, se ne sta fuori in macchina, ma sembra comunque divertirsi un sacco! Buona lettura del post e - mi raccomando - non perdetevi il video!!!

Amici,
per il momento play di questo Febbraio, mese dell’amore ma anche no, mi sono sentita libera di esprimermi in maniera caotica riguardo a quello che l’amore è per me attraverso tre delle canzoni che amo di piu’.

Se l’amore è Magia allora Nick Drake con Northern Sky, riesce a farci capire con le sue liriche originali e mai banali, come l’emozione del cadere in amore sia, specialmente nei primi momenti.


Se l’amore è Mancanza allora le lacrime di Karen O degli Yeah Yeah Yeahs nel video di Maps danno alla canzone una connotazione completamente personale ed emotiva. Vi ricordate? Ne avevamo già parlato.


Se l’amore è Memoria, Leonard Cohen con la sua Chelsea Hotel n.2 riesce a farci entrare nel suo cassetto dei ricordi narrando di un amore consumatosi nei corridoi di quel rinomato hotel. Che poi, avreste mai pensato voi che la canzone fosse dedicata a…?


Non vi resta che premere play e poi play e poi, di nuovo, play.


mercoledì 11 novembre 2015

Mi piace quando Vero preme play

Vi mancava Vero? A me da morire. Fortunatamente è tornata e ci racconta di un album imperdibile (che io non conoscevo, ma che grazie a Vero ora fa parte della mia vita e non potrei esserle più grata). 


La mia amica Chloe è mia amica da pochi mesi, l’ho conosciuta in Canada e lei è originaria di Ottawa, la capitale.

Insomma, con lei ho stretto da subito una stupenda amicizia perché, innanzitutto, lei è bellissima e io non posso fare a meno che legarmi a bellaggente, è intelligentissima e io - che di intelligenza non ne ho tanta - preferisco circondarmi di gente migliore di me così magari imparo un po’ e miglioro anch’io. 
Insomma, Chloe è la perfezione, un mix di canadesità e dolcezza nonché sano senso dell’umorismo.

L’ultima volta che ho visto Chloe era il mio ultimo giorno in Canada, lei stava prendendo un autobus che da Toronto l’avrebbe portata a casa ad Ottawa perché era venerdì e lei voleva passare il fine settimana in famiglia. L’ho accompagnata fino alla stazione degli autobus per poter stare ancora un po’ nella sua atmosfera. Quando il suo autobus è arrivato, ci siamo abbracciate a lungo dopodichè le ho scritto il mio indirizzo italiano sull’agenda che aveva cacciato dal borsone bianco. 

Mentre si allontanava per salire sull’autobus, entrambe trattenendo la lacrima che prepotente voleva uscire, disse: “don’t forget to check out on Seu Jorge!”.


Seu Jorge è un artista brasiliano che nel 2004 ha prestato la sua voce reinterpretando alcuni pezzi di David Bowie in portoghese per la colonna sonora del film di Wes Anderson “The Life Aquatic With Steve Zissou”. Da questo fortunato episodio è nato un album “The Life Aquatic Studio Sessions Featuring Seu Jorge” ovvero una collezione di canzoni di David Bowie in lingua portoghese.

Il risultato, per chi ha in mente le canzoni di David e chi le ama come me, è qualcosa di originale e affascinante, anche lo stesso Bowie ha affermato (grazie wikipedia) : “Had Seu Jorge not recorded my songs in Portuguese I would never have heard this new level of beauty which he has imbued them with”.

 Io lo amo e anche Bowie lo ama.

Chloe aveva ragione, non avrei potuto fare a meno di ascoltare in loop questa, in particolare. 

How about you?


mercoledì 6 maggio 2015

Mi piace quando Vero preme play

Veronica è in Canada, ormai lo sapete. Quando è partita era piena di malinconia, ma io sapevo che quella terra l'avrebbe conquistata. Lo sapevo io, in fondo in fondo lo sapeva anche lei. E questo post dimostra quanto io avessi ragione. Che bello scoprire cose nuove, che bello innamorarsi ogni giorno, che bello che ci sia sempre della musica ad accompagnare i nostri giorni. Buona lettura di questo ennesimo, meraviglioso post. E non scordate la playlist, mi raccomando! 

Stevie Wonder mi piace. Sono una persona gioiosa io, rido anche con il mal di denti io, ho alcune delle migliori incipienti rughe d’espressione. Stevie Wonder mi fa sorridere molto. La canzone di cui vi parlo è datata 1970, un anno che dà l’inizio a un decennio di musica eccellente che contiene un buon numero delle mie canzoni preferite.


Ultimamente sono stata invitata a una delle feste di addio che si fanno quando qualcuno arriva e sta per poco tempo. Una di quelle feste dove tutti ascoltano musica trash commerciale mentre tu e un paio di persone conosciute quella sera state ad ascoltare Billy Idol cantare Iggy Pop su youtube via cellulare. 

Quando sono finalmente andata a dormire erano le cinque di mattina. Mentre l’alba canadese si affacciava dai bordi dei boschi alle porte della città che mi ospita, quello che ho pensato è stato “like a fool I went and stayed too long” e da qui è partita l’idea di parlarvene, mentre me ne sto spiaggiata sul divano digitale di Cinzia che come una buona host mi sta ad ascoltare ogni volta e mi continua a viziare come solo lei sa fare.


Dicevamo, Stevie è un pezzo grosso della musica soul mondiale, una voce inconfondibile dalle mille sfumature, una voce che canta d’amore. Stevie è un genio, capace di suonare ogni strumento che rientri nel suo campo visivo, è stato un enfant prodige e all’età di quattro anni suonava già il pianoforte. E’  uno degli artisti i cui pezzi sono stati oggetto di cover da artisti del calibro di Michael Jackson, Prince, Erykah Badu (immensa lei ma questa è un’altra storia).

Ma tornando a noi, ci credete voi al colpo di fulmine? Quella sensazione di essere letteralmente cotti, brasati, dorati, conditi, insomma vi è mai capitato? A me è successo talmente tante volte che ho smesso di contarle e ogni volta che succede, ascolto Signed, Sealed e Delivered e mi ritrovo piacevolmente dipinta nelle parole di Stevie, che poi come le canta lui non viene voglia di fare il brasato anche a voi. 

Insomma, quando arriva la scarica potete fare di me quello che volete, sono letteralmente signed, drammaticamente sealed e pronta per essere delivered.

E adesso, premiamo play e sguazziamo un po’ nella scia della mia fugace cotta.


mercoledì 25 febbraio 2015

Mi piace quando Vero preme play

La mia adorata Vero se n'è andata in Canada, dove ha trovato ad attenderla freddo, neve e ancora freddo e credo ancora neve. Tutto questo non può che far venire un po' di malinconia e allora giù ad ascoltare musica e a scrivere. Noi siamo fortunati, perché escono fuori post come questo. Tanto presto arriverà la primavera, anche in Canada. Forse. 

Da quando sono approdata in Canada ho scritto davvero tanto. I miei amici conoscono la mia devozione nei confronti della parola scritta e hanno pensato bene di regalarmi un completo kit da corrispondenza. Per cui molto spesso mi ritrovo a scrivere lettere che poi restano sul mio comodino perché io scrivo molto ma le parole non arrivano quasi mai al destinatario.


Un mio amico mi ha chiesto di buttare giù il testo di una canzone dicendomi che questa mia nuova situazione potrebbe essere fonte di ispirazione ed io gli do ragione per cui sono giorni che penso a una canzone, alle rime, alle parole. 
Ascolto in continuazione pezzi su pezzi cercando di trovare ispirazione e quella che fino ad ora è stata la mia compagna è Cat Power.


Voce delicata e liriche appassionate, Cat Power è un’artista statunitense eclettica e stupefacente, capace di passare dal folk al blues, dal soul al rock, a me ha sempre fatto pensare ad una Tim Buckley al femminile.
Mi sono sempre detta che se fossi stata un’artista e avessi scelto l’ambito musicale sarei stata una Karen O o una Cat Power.


La canzone che ho scelto è “The greatest” e  fa parte della colonna sonora di Un Bacio Romantico, quel film che vede protagonisti una dolcissima Norah Jones innamorata di un affascinante Jude Law.
Questa è una di quelle canzoni che ascolto quando mi sento un po’ triste. Immaginatevi me, la neve che fuori scende lenta scandendo le ore tutte uguali, il tempo fermo e la giornata che volge verso la fine, i pensieri che si sommano ad altri pensieri mentre un autobus si ferma proprio davanti casa, scarica un paio di anime poi chiude le porte e riparte. 

Così per tutto il giorno e The greatest in loop. Per quanto ami Cat Power e questa canzone, spero comunque che questa neve si sciolga e che le parole escano fuori possibilmente in rima.


La playlist aggiornata la trovate qui. 

mercoledì 29 ottobre 2014

Mi piace quando Vero preme play

Io Nick Drake non lo conoscevo. O almeno sì, sapevo chi fosse, ma non m'era mai venuta voglia di ascoltarlo. Ma grazie al cielo c'è Veronica e ora io ho una nuova canzone preferita. Buona lettura. 

Tanto tempo fa, circa nel 1972 uscì un album, uno di quelli che i più non ricorderanno ma che è stato partorito da un’anima dolce e delicata, tormentata e a tratti oscura che ha lasciato questa terra da un bel po’ di tempo.


Lui si chiama(va) Nick Drake e la canzone di cui vi parlo è Pink Moon, tratto dall’omonimo album.
Qualche anno fa, io e le mie amiche erasmus ci siamo riunite per l’ennesimo viaggio on the road insieme. Il giorno prima della nostra partenza, eravamo riunite nella casa barese di una di loro. Parlavamo di Nick Drake e delle sue canzoni quando improvvisamente, dalla camera accanto, cadde la foto raffigurante Nick Drake nella stanza della coinquilina a lui devota.
E’ da allora che noi tutte siamo candidamente convinte che Nick Drake ci stia sempre accanto e che ci protegga nei momenti un po’ low che la vita ci offre. Non a caso, la nostra frase è “che Nick Drake ci protegga”.


Pink Moon è una delle canzoni piu’ famose di Nick Drake, per chi lo conosce. Lui, timido e solitario, oscuro, fragile e meditabondo capace di creare con la chitarra arrangiamenti unici nel loro genere. Per ogni canzone si ha la percezione che il suo sussurro vi stia facendo compagnia come se foste solo voi e lui seduti l’uno accanto all’altro ognuno immerso nei propri pensieri e la stessa melodia nell’aria. I suoi tormenti e la depressione dicono furono le cause della sua morte, la madre stessa parlò dell’ultimo periodo di vita di Nick dicendo: “le tenebre si calarono su di lui”.


Io l’ho sempre considerato magico e la canzone di cui vi parlo ai miei occhi è sempre stata come un incantesimo, una filastrocca, una preghiera alla luna o un’invocazione. Pink Moon, come tutto l’album è stata registrata di notte, pochi mesi prima della scomparsa dello stesso Nick Drake per overdose di Trypizol.

Io sento la necessità di andarmela ad ascoltare facendo finta che lui sia proprio qui.
Vi mando un bacio e che Nick Drake vi protegga tutti.


martedì 30 settembre 2014

Mi piace quando Vero preme play

Sono felicissima di annunciarvi il ritorno di Veronica e della sua musica. Ci era mancata, vero? A me tantissimo. John Mayer, l'amore di cui ci parla oggi, è stato il suo regalo per la mia estate. Lei se ne era innamorata al concerto dei Rolling Stones e mi aveva scritto un messaggio così pieno di sentimento che mi son sentita in dovere di correre ad ascoltarlo anche io. Bum. Follemente innamorata pure io. Chissà, sarà stato per il clima un po' matto di quest'estate - come dice Veronica -, sarà che John ci sa davvero fare, non so...fatto sta che la sua musica ha scandito le mie giornate e continuerà a farlo per molto tempo. Grazie Veronica, non potevi farmi regalo migliore. Buona lettura!

Dopo la pausa estiva sentivo la necessità di tornare a trovarti, stavolta cercherò di stupirvi con effetti speciali e fuochi d’artificio. Insomma,  il mio amore per John Mayer ormai non è più un segreto e diciamo che gran parte dell’estate - estate? Quale estate? - io l’ho passata in sua compagnia. 


L’estate è stata altalenante e nostalgica, di quelle che somigliano all’autunno, di  quelle che ti fanno pensare a cosa facevi dieci anni prima. Il tempo, dunque, è stato il tema della stagione passata, quello che passa purtroppo e per fortuna. John è uno di quelli che tempo fa, ha ampiamente descritto il processo di “crescita” in una di quelle canzoni che ho consumato durante gli ultimi mesi. La canzone di cui vi parlo oggi, dunque, si chiama Stop this Train e per capire il pathos e approfittare della vista di un piacente giovane, vi esorto a guardare il filmato del live al Nokia Theatre in LA.


La canzone parla del tempo che passa, delle vicende che ci attanagliano, delle cose che vorremmo evitare, della sensazione di protezione e conforto che sarebbe quella di poter tornare indietro, quando tornare a casa significava davvero tornare a casa, quella dove siam stati  cresciuti e amati, dove abbiamo alimentato i nostri sogni, dove abbiamo pianto le nostre sconfitte.


Pensate a quanto potrebbe essere confortante, andiamo dietro di qualche anno, vi racconto quello che era per me tornare a casa: 
siamo appena usciti da scuola, volano baci e promesse di telefonate pomeridiane, ci si dirige verso l’autobus che è sempre in ritardo, altri baci e altre promesse, si sale e si caccia un libro dallo zaino. Dopo circa venti minuti di corsa si scende alla fermata dopo altri baci e altre promesse. L’auricolare butta fuori una canzone di un certo Maximilian Hecker, amore di gioventù – niente a che vedere con John -, si percorrono circa 200 m e si è nella via di casa, già si intravede il balcone bianco, citofoniamo: “chi è?” “sono io”. Si entra a casa, profumo di ragù, svolta a sinistra sul corridoio, mio nonno seduto al solito posto mi sorride. Stop. E’ lì che vorrei tornare.

Poco rock’n’roll, lo ammetto, lo premiamo comunque il tasto play?

mercoledì 2 luglio 2014

Mi piace quando Vero preme play

Ogni volta che leggo i post di Vero mi stupisco un po' di più. Buona parte delle canzoni che lei ha scelto in passato sono tra le mie preferite di sempre e le altre lo sono diventate in un attimo. Io e questa meravigliosa ragazza siamo in sintonia, non c'è che dire. Questa volta Vero ci regala un post su una delle canzoni più belle del mondo e la mia preferita degli Stones. Ma vi lascio alle sue parole, perché lei sa raccontarvela molto meglio di me. 

Il Concerto dei Rolling Stones è stato uno dei miei grandi propositi del nuovo anno e uno dei primi a diventare realtà.
Il mio proposito di quest’anno è stato solo uno: mi sono imposta una partecipazione ad almeno un grande concerto. Quando il mio amico Marco mi ha confermato che i Rolling Stones sarebbero approdati in questa ridente penisola mi sono detta che era la volta buona. Mi sono armata di pazienza e ho stalkerato e convinto anche la mia amica Giulia a partecipare all’impresa. Il 19 Marzo i telefoni cellulari squillavano freneticamente: “prendo un biglietto anche per te?” “ce li hai i soldi?” “a te serve il biglietto?”.


Tutto questo per dirti che, cara Cinzia, oggi parliamo di una canzone che i Rolling Stones  non hanno suonato al concerto e che è stata l’unica cosa che rimprovero loro –se proprio devo farlo- una canzone a cui sono particolarmente legata e che amano un po’ tutti: Wild Horses.
Questa canzone, che già frequentava la mia vita, ne è diventata parte integrante una notte estiva del 2009.


Tre amiche, un divano e MTV. Proprio dopo la Torrini (roccotoccobombom) arriva Mick Jagger. Io, che ve lo dico a fare, sono sempre innamorata nei miei ricordi.  Credo che non ci sia un giorno della mia vita dove non provassi amore per qualcuno o qualcosa. Le canzoni funzionano meglio quando si sente, nel senso inglese del termine. Wild Horses avrei voluto averla scritta io, che sono modesta. Non si sa bene se la canzone fosse stata dedicata da Keith Richards a una donna col quale aveva interrotto una relazione o al figlio che ha perso mentre lui era in trasferta.


Fatto sta che, tralasciando le vicissitudini personali di Keith, questa canzone calza a pennello per ogni momento di dolore del cuore. Motivo per cui, sia se l’amore trabocca ed è soggetto ad un compiacente re-fill oppure se il sentimento non è ricambiato, questa canzone fa comunque bene. E’ un balsamo per le sensazioni, la sabbia sotto i piedi quando è sera e non c’è nessuno in spiaggia, è l’amica che ti sta vicina sul divano e non ti parla ma c’è.
Insomma, si, ce la ascoltiamo?

mercoledì 28 maggio 2014

Mi piace quando Vero preme play: Jeff Buckley

Sarà la primavera, ma qui a casa di Cindy siamo tutte prese dal romanticismo. Io che ripenso alla mia adolescenza, Daria che realizza il sogno di una vita e oggi Vero che ci racconta di come ci si possa innamorare alla follia di un cantante e sentirlo vicino come e più di una persona in carne ed ossa. 

Maggio per me è il mese della Jeffite. Abbiamo tutti un amore tossico nei confronti di personaggi ormai scomparsi, come Ian Curtis, Johnny Cash, Joe Strummer, Joey Ramone –perché no -.

La mia Jeffite è una malattia (terribilmente virale) struggente e piacevole, malinconica e passionale che nasce dall’amore viscerale che la mia persona nutre nei confronti di Jeff Buckley.

Jeff Buckley, vorrei non dovervelo neanche ricordare, è stato un cantautore – nonché il mio primissimo amore - americano, classe 1966, scomparso nel 1997.


Il suo cognome è legato alla leggendaria figura di Tim Buckley, autore americano e padre biologico di Jeff, che si aggiunge alla lista degli artisti maledetti la cui morte è avvenuta alla tenera età di 27 anni (“Song to the Siren” anybody?).

Potete capire allora il perché io mi sia innamorata di lui, artista dal capello selvaggio, voce calda, figlio d’arte di cotanto padre, animo sensibile immortale.

Io lo amo, preparatevi perché lo ripeterò ad libitum in questo mio post.

Perché Maggio è il mese della Jeffite? Era il 29 Maggio 1997 quando Jeff si allontanò nuotando nel Wolf River, un affluente del Mississipi, sulle note di una delle più note canzoni dei Led Zeppelin’ “Whola Lotta Love” senza più tornare a riva. Molti pensano ad un suicidio, io penso semplicemente ad una nuotata dopo una feconda giornata di lavoro.

La prima volta che ho ascoltato I know we could be happy (if we wanted to) ero una persona innamorata e subito dopo ho pensato che nessun’altro avrebbe mai potuto esprimere meglio  il concetto del “Oh God I love you!”.  Il tema ricorrente nelle canzoni di Jeff è – che ve lo dico a fare - l’amore: “You  left some stars in my belly…” (Jewel Box), “It’s never over, my kingdom for a kiss upon your shoulder” (Lover, you shold’ve come over); Love let me sleep tonight on your couch (So Real).


Lui ha sempre avuto la capacità di mettere le parole più struggenti e colme di un amore verbalmente incontrollabile in un’ armonia di lettere e sospiri. 

La canzone di cui vi parlo è inserita nel cd Sketches for my sweetheart the drunk che originalmente era stato pensato da Jeff come My sweetheart the drunk, gli “sketches” sono arrivati nel momento in cui colui che aveva registrato quelle “bozze” non è più stato materialmente in grado di rifinire il lavoro.

Quello che è contenuto in quel cd postumo sono delle finestre di poesia da dosare con parsimonia perché un tale carico di pathos potrebbe provocare un’esplosione incontrollabile di sensi. Io lo amo, ve l’ho detto. Non vi parlo di Grace su cui personalità decisamente migliori di me e con una capacità di linguaggio meno influenzata dall’amore cieco, si sono dedicate.


Raccontarvi di Jeff è come aprirvi una finestra sulla vita che tengo nascosta per me, di quando sono triste e una delle sue canzoni mi fa tornare il sorriso, di quando ho bisogno di compagnia e nei suoi monologhi cantati ritrovo un amico.

Jeff non l’ho mai cantato per nessuno né ho mai fatto lo sforzo di ascoltarlo in compagnia, Jeff è da ascolto in solitudine –per soffrire meglio- anche se per te, Cinzia, ho fatto un’eccezione.

Penso sia ora del play.

martedì 29 aprile 2014

Mi piace quando Vero preme play

Ed eccovi, miei cari, la seconda meraviglia della settimana. Non l'ho scritta io, ovviamente, ma la nostra cara Vero. Vi era mancata, eh? Buona lettura. 

Cara Cinzia, che bello ritrovarsi su questo divano, hai visto che le giornate si sono allungate? Il mio momento preferito è il crepuscolo, la cosiddetta “ora blu” e penso che sia un momento magico per ascoltare musica. Prendo posto afferrando vorace un muffin e ti comunico che oggi ti racconterò la storia di qualcun altro.

Mi sono resa conto che la mia libreria di canzoni è piena di artisti maschili, ragion per cui stavolta ho deciso di parlarvi di una donna - e che donna - ovvero di Karen O, lead singer degli Yeah Yeah Yeahs, gruppo indie/alternative rock statunitense.  Karen è di origini sud coreane e io l’ascolto da quando avevo 17 anni il che vi fa capire che ascolto la stessa musica da almeno 10 anni.

The girl è un caschetto nero, rossetto rosso e un viso pallido. La sua voce, anche in questo caso, la riconoscereste dovunque. Lei è fragile e grintosa, maliziosa e candida, se potessi essere qualcun’ altro io sarei Karen O.


Una della canzoni che ascolto ultimamente è Zero. La ascolto sotto la doccia, per strada, durante la pausa pranzo. Nel video di Zero una formidabile Karen si aggira per  le strade di San Francisco (la Frisco di Kerouac) con indosso uno di quei giubbini di pelle nera che, dopo aver visto il video, chiunque rispolvererà dall’armadio, io lo sto facendo proprio ora.

Gli Yeah Yeah Yeahs entrano nella mia vita grazie a Myspace, chi non ha vagabondato per quegli spazi almeno una decina di anni fa? 


Dicevamo, Myspace. Anche in quei tempi era possibile inserire un player nel profilo con tanto di playlist. Uno dei profili che visitavo più spesso si caricava sulle note di Maps.

Maps è la canzone più bella che Karen O abbia mai cantato. Il testo è breve, conciso, anche ripetitivo, quello che vi rimane impresso è il suo sussurro malinconico mentre dice a chiunque ascolta: “Wait, they don’t love you like I love you” e ogni volta che io l’ascolto non posso fare che annuire e pensare “hell yes, Karen you’re right!”.

Nel video di Maps appare una Karen O in lacrime e vi confesso - o meglio, lo confessa lei - che quelle sono lacrime vere.


In quel periodo la cantante degli Yeah Yeah Yeahs aveva un fidanzato di nome Angus Andrew nonché frontman dei Liars. Angus - la canzone era stata scritta per lui, oltretutto - ma era in ritardo di qualche ora e poco dopo le riprese del video, Karen con la sua band sarebbe partita per un tour.  Lei stessa dice che l’attesa e il pensiero della prossima lontananza le avevano provocano uno stato emozionale tale da portarla al pianto, cosa che osserviamo nel video.

Questa è la storia di Maps e adesso non solo ce la andiamo ad ascoltare ma ci andiamo a fare un pianto assieme a Karen. L’adorate anche voi ora?


mercoledì 26 marzo 2014

Mi piace quando Vero preme play

La musica è la cosa più bella del mondo, ne sono fermamente convinta. E questa canzone, questo post, queste emozioni non fanno altro che confermarlo. Grazie Vero per l'ennesimo racconto pieno di magia. 

Certe canzoni a me danno l’impressione di essere state create di notte.
La notte, quando il manto scuro del cielo comincia ad avere dei riflessi blu, quando tutti ormai dormono e l’unica anima ancora vigile è quella che ha tante parole in testa e un solo modo per farle uscire, la musica.

Chris Isaak è uno di quelli che scrive di notte, lui è un cantante americano di origini italiane, la sua voce è quella di Baby did a bad thing che è uno dei suoi pezzi migliori nonché inserito in Eyes Wide Shut di Kubrik.
Se dovessi associare la sua voce a qualcuno, io direi Elvis e qua vi lascio il tempo di lanciare un sospiro prima di proseguire. 


Chris Isaak ha raccontato di aver scritto Wicked game “really late at night” il che fa di questa canzone, che è già parte della mia storia, una delle mie preferite. In un interessante video/audio più audio che video, Chris Isaak viene intervistato riguardo la genesi di questa canzone. Lui racconta di averla scritta di getto, durante il tempo di attesa che lo separava da un incontro amoroso con una donna di cui lui dice “I knew she was going to be trouble” e che, nel momento in cui lei arrivò nel suo appartamento, lui era più entusiasta per la canzone che per il suo arrivo: “baby, you’re gorgeous, but listen to this song!”. Lo spirito della canzone è perfettamente riprodotto nel video, che associa a suoni languidi e atmosfere lontane da sogno, immagini altrettanto accattivanti –chiedetelo ad Helena Christensen, super top model che è ancora ricordata per quelle immagini scosciate in riva al mare-, che poi Chris se lo poteva anche permettere –come ora d’altronde, il charme non ha età-.

Dobbiamo a quella nottata una delle canzoni che ha segnato gli incontri della prima metà dei miei 20 anni e che ho preso e ripreso senza pudore da allora fino ad oggi. Ma cominciamo dall’inizio.

Chris è uscito dal baule rosso conservato nella soffitta della mia  vecchia casa, quando ero piccola ci andavo spesso a curiosare perché da lì sorgevano sempre tante meraviglie: foto di famiglia, un cavalletto per la macchina fotografica, un diario che mio padre teneva in attesa della mia nascita, le cassette con le compilation registrate direttamente dalla radio, dentro una di queste c’era Wicked Game.


Chi mi conosce mi chiede spesso di cantare “la mia canzone” perchè Wicked Game è sempre la prima cosa che comincio a suonare non appena ho una chitarra in mano. Ho un hard disk completamente zeppo di filmati e registrazioni dove l’unica canzone che si sente è Wicked Game. Ma come descrivere Wicked Game se non come una canzone che parla d’amore, quell’amore difficile da accettare che però ci piomba addosso come una pioggia da cui non possiamo trovare riparo e da cui, tuttavia, non possiamo che lasciarci inondare con tutta la sua forza e potenza? Vi lascio di nuovo il tempo per sospirare?

Facciamo un salto nel passato: Gennaio 2009, Leòn, Spagna.
Il martedì, nel Gran Cafè, chiunque aveva voglia di cantare o suonare poteva prendere uno strumento e salire sul palco. Io ero una di quelli. C’era un buffo giovane olandese che di lì a qualche giorno sarebbe tornato in patria per la fine dell’Erasmus e io, ovviamente, due giorni prima ero follemente caduta in amore per lui.

Col favore della notte e degli accordi di Wicked Game, una Vero accecata d’amore (o qualcosa che ci si avvicinava abbastanza) cantò quelle parole lanciandole languidamente più verso la sinistra che la destra, c’erano tutti, c’era anche lui.  



Ovviamente la cosa si concluse con un cd su cui, accanto ad ogni canzone, avevo scritto il motivo per cui l’avevo scelta, un pianto drammatico alla stazione degli autobus e la sua inesorabile partenza. Dopo qualche mail in un inglese scorretto e sgrammaticato, non lo vidi né gli scrissi più ma la serata la ricordano ancora tutti. 

E ora, è il tuo turno Chris. Mia cara Cinzia premiamo play?



mercoledì 29 gennaio 2014

Mi piace quando Vero preme play

La musica è tutta la mia vita, la mia linfa vitale, la medicina per i momenti no e la colonna sonora di quelli belli, ci sono canzoni senza le quali non sarei quella che sono e altre che sembrano scritte solo per me. La musica per me è tutto, insomma. Purtroppo, per quanto mi piaccia, non sono capace di scriverne. 
Ma ci tenevo tanto che la musica facesse parte di questa casa virtuale almeno quanto fa parte di quella vera e allora ho chiesto a una persona speciale di parlarne per me. Ci ho pensato su un po', non volevo disturbarla, la sapevo già tanto impegnata, ma poi ho vinto le resistenze e gliel'ho chiesto. E ho fatto bene, perché lei ha accettato dopo dieci minuti, con un entusiasmo che mi ha commossa. A partire da oggi, ogni mese, entrerà in questa casa, metterà su un disco (sì, perché per me il gesto è sempre quello lì) e ce lo racconterà. Lei è Vero di Mipiacequandopensi e io le voglio un gran bene. 

Salve amici, non posso fare a meno di accettare l’invito di Cinzia e oggi ho il privilegio di sedermi proprio sul suo bel divano vintage e gustare quei muffin che come li fa lei a me non escono mai.
Attacchiamo il mio ipod alle casse che voglio raccontarvi una storia nostalgica.


Il Glam Rock ha avuto inizio durante gli anni ’70  e io avrò avuto si e no sedici anni quando ho scoperto coloro che l’han fatto nascere. Primo tra tutti, anche prima di David Bowie, per me è venuto Lou Reed.
Quel Lou tanto fascinoso con la voce che la si potrebbe riconoscere anche in un coro di voci altrettanto nobili. La moglie, nel ricordarlo poco meno di 3 mesi fa, ne ha parlato in una maniera talmente dolce che stento quasi a credere che personaggi del genere abbiano popolato questa terra.
Se premo play parte Satellite of love, così giusto per riscaldarci un po’. Già che ci siamo vi dico anche che se guardate Velvet Goldmine (il film basato sulla vita di David Bowie – ma da lui non riconosciuto - che porta il titolo di una delle sue canzoni) la ritrovate nella favolosa colonna sonora.  Non vi sto neanche a dire che il David di cui sopra ha anche prodotto il brano e lo potete anche ritrovare nei cori.


Ecco adesso vi ho incuriosito? Tuttavia non è di Satellite of Love che volevo parlarvi, questo l’ho solo fatto per farvi cadere nella rete del “bombombom” che vi tormenterà per una bella oretta dopo la lettura di questo post – e l’ascolto del brano-.
La canzone di cui volevo parlarvi è Perfect Day, che se vogliamo citare un altro film possiamo gettare lì un Trainspotting.  
Il testo di Perfect Day è di una semplicità unica e, come spesso accade, le cose migliori sono quelle più semplici.  E’ una canzone che racconta di un tempo talmente sereno di cui si ha già nostalgia perché lo si può legare a uno qualsiasi dei nostri momenti sereni. 
Mi sono spesso domandata chi lo abbia fatto sentire talmente speciale, se fosse esistita davvero quella giornata tra sorsi di sangria e visite allo zoo. Alcuni hanno supposto che lui abbia voluto dedicare la canzone alla droga come responsabile di quella parvenza di perfezione e io preferisco non rovinare il significato di qualcosa di tanto bello con un quel devastante elemento di disturbo. Mi rifiuto di pensarla così.


Perfect day è la canzone per i pomeriggi profumati, di quando l’aria comincia a farsi leggera e il silenzio non viene più associato alla solitudine, è la canzone del benessere interiore, la canzone della nostalgia per eccellenza e se c’è una caratteristica che mi rispecchia, quello è l’essere nostalgica. Ho nostalgia anche di quello che non è ancora arrivato, non c’è ancora ma già mi manca.
Era un’abitudine ascoltarla sull’autobus mentre tornavo a casa dopo scuola, poi sul treno quando dopo il liceo sono andata a cercare casa altrove, poi lungo i cinque minuti di cammino che separavano il mio appartamento da universitaria alla facoltà, l’ho canticchiato talmente tante volte che quando arrivò il primo amore  - quello serio che poi è quello che finisce sempre -  e il tizio in questione mi canticchiò il motivetto Oh It’s such a perfect day, I’m glad I spent it with you, non sembrava neanche più la stessa canzone.
Anche se ormai da quella volta di anni ne sono passati un po’, io continuo ad associare questa canzone a quel momento - con il lettore mp3 sopravvissuto all’ennesima caduta, attaccato alle casse della mia coinquilina in uno di quei pomeriggi mollicci e placidi che precedono la canicola estiva - e ad un ragazzo che se non fosse stato per Lou, non avrebbe potuto pronunciare una frase più bella.

Che dici, Cinzia, ce l’ascoltiamo?