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mercoledì 15 ottobre 2014

Il dolce del cuore: Francesca

Lettori cari, devo tirarvi le orecchie! Nonostante il grande successo del post in cui vi chiedevo di mandarmi il vostro dolce del cuore, sono arrivate solo due ricette. Ed è davvero un peccato, perché nel leggere la storia dei vostri dolci provo la stessa emozione che sento quando leggo le vostre wishlist, in quelle parole ci siete voi, i vostri sogni, la vita che portate con voi, mi sembra di conoscervi meglio ed è davvero come avervi qui a bere un tè insieme. Ho temporeggiato un po' in attesa che ne arrivassero altri, ma poi mi sono decisa a pubblicare quelli che mi sono stati inviati. E chissà che leggendo queste ricette non vi venga l'ispirazione di mandarmi anche il vostro dolce del cuore? 

Francesca è stata la prima a mandarmi il suo dolce, una torta che porta con sé una storia bellissima. Io purtroppo non l'ho cucinata perché sono in lotta con il burro, ma se voi non avete problemi, vi consiglierei di farla. Dev'essere favolosa. E magica!



Mio marito è nato in Sudafrica e ha vissuto là fino all’età di dieci anni…io mi perdo nei suoi racconti d’infanzia legati ad un mondo da noi così lontano...i safari, i rumori della savana, il suo mal d’Africa (perché è la che ha lasciato un po’ del suo cuore). Mi ha promesso di portarmi  un giorno a vedere da vicino i “suoi” maestosi elefanti e le infide iene ma la vita per ora ci trattiene fortemente qui…però sono sicura che prima o poi anche io potrò vivere un po’ dei suoi ricordi. 

Così, a volte, quando una ricorrenza lo richiede o semplicemente per vedergli nascere un sorriso spontaneo sulle labbra preparo la Milk Tart, la torta sudafricana di origine boera, da gustarsi con una tazza di rooibos. Dopo tanti tentativi falliti e altri riusciti solo a metà ho trovato finalmente la ricetta che corrisponde al sapore del suo ricordo…eccola:

Milk Tart

Per la frolla:
100 g burro freddo
100 g zucchero
230 g farina
1 uovo (leggermente sbattuto) 
2 g sale
½  cucchiaino di lievito
buccia grattugiata di un limone bio

Per il ripieno:
750 ml latte
75 g burro
3 uova
100 g zucchero
semi di vaniglia
30 g amido di mais


Preparare la frolla impastando velocemente tutti gli ingredienti per ottenere una palla che si farà riposare in frigorifero per almeno una mezzora. 
Nel frattempo sbattere i tuorli con lo zucchero e la vaniglia e poi l’amido di mais. Montare i bianchi a neve ben ferma con un pizzico di sale. Sciogliere il burro sul fuoco con il latte e prima che prenda il bollore aggiungerlo a filo al composto di uova, zucchero e amido di mais. Una volta raffreddato aggiungere i bianchi a neve. Infornare prima la frolla con i fagioli a 170° per 20 minuti poi per 10 minuti senza i fagioli e infine 30 minuti con il ripieno a 180°. 

lunedì 14 ottobre 2013

Tea for Two


 
Eccoci finalmente, iniziamo quest'avventura insieme a Daria. Non c'è bisogno di presentazioni, vi ho già detto tutto la scorsa settimana. Lasciate solo che vi dia un consiglio: seguitela e l'amerete come la amo io. E via, buon viaggio!

Una differenza fondamentale tra Queen Cindy e la sottoscritta è data dal fatto che lei proprio ci sballa a viaggiare, mentre io sono notoriamente più un culo da casa.
O meglio, mi piace viaggiare a patto di vivere come la cultura ospitante, anche se non molto distante dalla mia. Infatti i viaggi più belli sono stati quelli in cui ero ospitata o guidata da qualcuno del posto, che mi permetteva di immergermi in quella determinata cultura, in quelle particolari abitudini, in quello stile di vita. Purtroppo si tratta di una situazione che non si può verificare spesso e mentre lo dico mi rendo conto che se mi sentissero i vari amici sparsi per il mondo, mi farebbero un bel pernacchione, dal momento che più volte mi hanno invitato a raggiungerli.
Con calma, tranquilli, vengo da tutti.
Bisogna solo attendere la venuta di un messia che prepari i bagagli al posto mio. Detesto fare i bagagli.
Tuttavia, viaggio in continuazione. La concezione del viaggio che ho nella testa non è particolarmente originale né particolarmente illuminata.
Però, sì, me la viaggio pure io.
Forse lo dico anche per sentirmi meno in colpa, accarezzando come una madre misericordiosa la mia pigrizia nello spostarmi, soprattutto nel momento in cui, per esempio, guardo la Queen muoversi in tutte le direzioni e in qualsiasi istante, a dispetto della fatica, degli impegni e di tutte le scuse che puntualmente mi invento per non dover partire.
E non è che ci patisco, sia chiaro, è proprio che mi piace viaggiarmela a modo mio.
Pertanto, così, senza liste, elenchi e punti da sviluppare, ho deciso di raccontarvi tutti i miei viaggi, dai più banali ai più assurdi. Mi piace l’idea di prendervi per mano e staccarvi da terra, per portarvi con me, attraverso libri, musica, film, viaggi introspettivi (!) e, in qualche modo, attraverso racconti di viaggio altrui.
E, come in tutti i viaggi che si sviluppano senza una meta precisa, salterò di palo in frasca.
Non è facile cominciare, dal momento che sono appena tornata da una sorta di viaggio spirituale sull’Himalaya e sono già ripartita per un cammino, lungo circa 650 pagine, che mi ha catapultato nella Germania di inizio ‘500.
Ebbene sì, ci sono arrivata in ritardo rispetto a molti lettori più assidui e appassionati di me, ma come ogni viaggio che si rispetti, bisogna affrontarlo quando ci si sente pronti. E nella Germania luterana, con tutti gli sviluppi del caso, non ci vai mica in vacanza. Perché il viaggio si chiama “Q” ed io, che ho visto veramente le tre gabbie appese al campanile della chiesa di Münster, gabbie in cui vennero rinchiusi i corpi dei capi della rivolta degli anabattisti, beh, ho lasciato passare un po’ di tempo prima di avventurarmi in “Q”.
Ma non è di questo che vi volevo parlare stasera (sì qui è sera, ora), bensì di un viaggio in Africa che mi è stato raccontato ultimamente da una coppia. Lei, in particolare, l’altra sera me la sono trovata a fianco durante una cena e ha arricchito di aneddoti quel racconto. Ed io, che amo viaggiare attraverso i racconti altrui, l’ho assorbito a tal punto da volervi portare con me, in Africa, con i suoi ritmi, i suoi suoni, i suoi colori e la storia di un serpente che io identificavo talmente tanto con un film, da non ritenerlo quasi più una creatura di questo mondo.
Il film è Kill Bill.
E il serpente è il Mamba. Black Mamba.
“Ma questa è un’altra storia, e si dovrà raccontare un’altra volta”.