Visualizzazione post con etichetta social network. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta social network. Mostra tutti i post

martedì 3 novembre 2015

Mindfulness o del buon senso


Lo scorso agosto ho acquistato una copia di Flow Magazine interamente dedicata alla mindfulness. Mi incuriosiva l'argomento, ne sentivo parlare da tempo e avevo voglia di approfondire. Ricordo che, mentre lo stavo leggendo, mio marito m'ha chiesto: "ma di cosa parla 'sto giornale", "parla di mindfulness", "e cosa sarebbe?", "eh, praticamente, vorrebbe dire vivere il qui e ora, godersi il momento". Risposta di mio marito: "ah", con quell'espressione tra il distratto e il rassegnato che gli viene quando gli parlo di certe cose. 

Quel suo "ah", comunque, riassumeva tutto il mio pensiero sulla mindfulness: "ma che, ci hanno pure fatto dei corsi di laurea, su 'sta cosa?". Lungi da me il denigrare il lavoro altrui, ma non capivo dove stesse la genialità della cosa. Vivi il momento, godi di quello che stai facendo, apprezza ogni attimo. Goditi il tè che stai bevendo, la pasta che stai mangiando, il film che stai vedendo. Beh, dai, mi sembra l'abc della vita, no?

No, probabilmente no. Ottobre 2015, un marito "entusiasta" mi accompagna al concerto di Jack Savoretti. Io adoro andare ai concerti, ma tendo a prediligere locali oppure luoghi all'aperto, dove posso muovermi, non solo ballare, ma anche spostarmi se quelli che mi stanno vicini non mi vanno a genio. Non mi era mai capitato di assistere ad un concerto seduta, in un teatro (solitamente quelli che fanno tour teatrali non incontrano i miei gusti e poi, dio santo, tenere un concerto di Jack Savoretti in un teatro, dio mio, che Genova non abbia un locale adeguato...ah, ecco, sto andando fuori tema). 

Dicevo, non mi era mai capitato di assistere ad un concerto da seduta. Eravamo in ventesima fila, ottima visuale sul palco e - ahimè - sul pubblico davanti a noi (di quelli dietro non so, ho preferito non sapere). Quando è cominciato il concerto, si è alzato un muro di cellulari. Una visione assurda. Pensavo sarebbe durata qualche canzone, invece - un po' a turno - la cosa è andata avanti. Finché il cantante, con il suo modo di fare gentile e sorridente che potrebbe pure mandarti affanculo e tu gli diresti ancora grazie, ha invitato quelli che stavano riprendendo almeno a non tenere lo schermo davanti agli occhi, giusto per godersi il concerto. 

E ho ripensato a quei corsi di mindfulness e alle persone che fanno il mindfulness coach di mestiere e mi son resa conto di quanto siano necessari. Anche se la cosa mi manda fuori di testa. Ma dio mio, ma siamo arrivati al punto che non siamo più in grado di goderci un'esperienza se non la filtriamo attraverso uno schermo a cinque pollici? Ma cosa stiamo diventando? E non ditemi che sono anziana, visto che il pubblico era composto interamente da miei coetanei - se non più vecchi. Dio santo. 

Sarà che sono sempre stata una gran bastian contraria, fin da quando mia mamma mi obbligava ad andare sulle giostre "perché lo fanno tutti i bambini", ma quando vedo l'uso che si fa in giro dei cellulari, mi sale un nervoso che mi spinge ad usarli sempre meno. Apro facebook e sento solo un vociare indistinto, apro instagram e vedo che facciamo foto tutte uguali, su twitter grazie al cielo non ci vado più, perché era una gran perdita di tempo (che poi me lo dovete dire come fate a stare sui social e a essere anche produttivi, eh. Non è una critica, è che proprio io non ci riesco e mi piacerebbe sapere come si fa). 

Insomma, da tempo sentivo il bisogno di rallentare e usare meno il telefono. Il concerto di ieri sera m'ha dimostrato che è "cosa buona e giusta". Alla sera non mi porto più il telefono sul divano, ma lo lascio in cucina così manco mi viene voglia di alzarmi e mi godo i film. La decisione migliore presa è stata scegliere un operatore telefonico senza rete internet nel paese dove vivo, così uso solo il wifi di casa e quando esco con il cane, per un'ora ogni giorno, siamo solo io, lei, la natura e le persone che incontro. Mi sono accorta che spesso tiro fuori il telefono per noia, quando sono in treno, al ristorante, al bar. Basta, mi impongo di non farlo e mi guardo intorno. O fuori dal finestrino. O leggo. O penso. Un giorno ho realizzato quanto tempo guadagnerei se eliminassi dalla mia giornata il tempo inutile passato a guardare il telefono. Quando me ne sono resa conto, mi son detta che era ora di cambiare marcia. Ché il tempo mica sta qui ad aspettare noi e i nostri smartphone. Eh. 

Perché poi, pensateci bene, cosa ci ricorderemo tra un anno? Un concerto, una passeggiata in mezzo al bosco, la prima giornata al mare, la partenza per un viaggio, una serata a ridere come idioti con gli amici, una canzone che parte in un certo momento della giornata, un sorriso, il cane, le conversazioni con una persona che non c'è più oppure quello che abbiamo guardato su facebook, scorrendo lo schermo, spesso senza neanche vedere quello che guardiamo?

E giuro, io amo Internet, amo i social, questo blog è una boccata d'ossigeno in giornate grigie, mi ha regalato persone vere e meravigliose, quando devo prendermi una pausa e non posso uscire, vado su Pinterest e mi godo la meraviglia, sono su Instagram dalla prima ora, ho aperto Facebook poco dopo Zuckerberg, ma non voglio che un telefono diventi il padrone della mia vita. Io vi vedo, ragazzi, se non riuscite a resistere alla tentazione di avere sempre quel telefono in mano, lo state facendo male. La cosa vi sta prendendo la mano, mi tocca dar ragione a un kinesiologo di mia conoscenza che sostiene che gli smartphone sono strumenti di controllo della mente. E io non voglio dargli ragione, dio santo. 

Ma come posso non farlo? Vi vedo riprendere video che non guarderete mai, scattare foto solo per condividerle su facebook e testimoniare che siete usciti il sabato sera, comperare cose solo per poterle fotografare su instagram. Pensateci, c'è qualcosa che non va. Adesso fatemi andare però, 'sto post è già durato troppo e devo controllare se ho aggiornamenti su facebook. 

mercoledì 4 giugno 2014

46/52 e qualche novità


Buongiorno! Avete visto che bello che è diventato questo blog? Era da tempo che sentivo il bisogno di cambiare qualcosa, lo guardavo e non lo sentivo più mio, come quando si guarda la propria casa e si avverte il bisogno di rinnovare il colore alle pareti, mettere delle tende nuove, spostare la disposizione dei quadri. Ci ho provato da sola, ma non ne veniva fuori niente di ché e allora ho deciso di affidarmi a Silvia di Ghirlanda di Popcorn, che conoscevo perché aveva cambiato il look a Pretty in Mad. Sono felicissima della mia scelta, perché Silvia ha saputo interpretare le mie richieste con grande creatività e soprattutto ha avuto un'enorme pazienza, visto che ho avuto mille dubbi, ho cambiato idea cento volte, insomma...ho rotto le scatole quanto basta! Alla fine, però, il risultato rispecchia esattamente la mia casa dei sogni, con le pareti bianche, tanta luce e qualche tocco di colore. Quindi grazie Silvia, di cuore, sono felicissima.

Ma tutto questo bisogno di rinnovamento non riguarda solo la grafica. Ho bisogno di cambiare qualcosa anche nel contenuto. Non so ancora cosa, ma è qualche tempo che rifletto sui blog, sul loro significato, su come A casa di Cindy possa aggiungere qualcosa di significativo nell'enorme quantità di blog che popola internet. Mi sono chiesta che senso abbiano la pagina facebook, il profilo twitter, la necessità di esserci sempre, perché sparire è un attimo e la rete si dimentica di te. Tutto questo doverci essere, dover pubblicare, doversi ricordare di condividere i post su tutte le piattaforme stava cominciando a innervosirmi. Perché non fa per me, non mi viene naturale, a volte mi dimentico della rete (son sempre una ragazza degli anni '70, che vi devo dire).  E allora ho deciso di rallentare. 

Questo blog è una delle cose più belle che mi siano successe negli ultimi anni, mi ha regalato esperienze bellissime e, cosa più importante di tutte, mi ha fatto conoscere persone meravigliose, alcune delle quali sono diventate delle amiche vere. Adoro scrivere e adoro questo blog e tutto quel rincorrere il mondo dei social e le regole per "il blog di successo" me ne stava facendo perdere la bellezza. Ho capito che non ho voglia di avere successo, se questo vuol dire vivere il blog come se fosse un lavoro. Questo blog non è un lavoro, è la mia più grande passione e voglio viverla come tale. Quindi, d'ora in poi, meno post o forse ancora di più, ché ultimamente ho un gran bisogno di scrivere, meno social e più verità, nessuna pianificazione ma solo la voglia di condividere. Spero vogliate continuare a seguirmi, perché - davvero - siete un dono meraviglioso. E se tutto questo diluvio di parole vi ha confusi, date di nuovo un'occhiata alla grafica: non è bellissima? :-)

lunedì 24 marzo 2014

Tea for Two

La Daria di oggi è cupa e seria, niente risate o lacrime commosse per il ricordo di un amore adolescenziale, ma una riflessione potente sul rapporto con noi stessi, il nostro stare male e il bisogno odierno di sembrare sempre al massimo. Leggetela, perché è davvero saggia, la nostra Daria Pop.

Leggendo i tweet o i post su facebook di Tizio mi sembrava stesse andando tutto alla grande, che fosse super impegnato, con meravigliosi progetti in cantiere, che avesse un sacco di lavoro in ballo e sempre nuove prospettive aperte. 
Poi lo sento. Mi dice che è un periodo durissimo, che fa proprio fatica a sbarcare il lunario e che fatica a ingranare. 

Ma pensa te, mi dico, da come scriveva sui social non l’avrei mai immaginato. 
Ed io, combattuta tra l’ammirazione del sapersi vendere a qualunque costo e la perplessità nel chiedermi che senso abbia farlo, giungo alla conclusione che mostrarsi a mille, sui social per giunta, non serva a un’emerita cippa.

Vero è che, insegnano i guru di leadership, la gente ti percepisce per come ti poni e tu puoi diventare quello che immagini di essere, ma dover per forza fingere che le cose siano perfette, a che cosa dovrebbe giovare? 
Meglio un sano silenzio, dal mio punto di vista, un attimo di tregua da concedere all’anima senza imporle anche la forzatura della finzione dello star bene.

Ed è mentre macino questi pensieri che, alla radio, passa un vecchio pezzo degli Afterhours, uno di quelli che mi piacevano un sacco.


Così, sulla scia del volere un pensiero superficiale che renda la pelle splendida, decido di lasciarmi stare male. Oggi va così, sono giù. E come cantano loro, maledico certe domande che forse era meglio non farsi mai.
E siccome credo che si debba saper prendere le distanze anche dall’essere a mille a tutti i costi, belli, propositivi, dinamici e sorridenti come ci insegna la pubblicità, io oggi voglio proprio liberare ‘sto magone.

Mi piace anche il pudore dello star male, sì. Quel concedersi una tregua, rintanandosi nel proprio magone per poi farsi un bel pianto liberatorio.
Mi piace proprio il pudore delle emozioni in generale. Se stai male, che bisogno hai di scriverlo sui social? E quindi, a maggior ragione, perché mostrarsi a mille se non è vero?
Per vendere se stessi e/o la propria attività, ok. Ci può stare.
L’importante, però, è saperlo. Sapere che stai solo facendo un make up alla tua vita prima di farla salire sul palcoscenico virtuale.
Perché, non so voi, ma io ho la sensazione che sui social molta gente si stia bevendo il cervello e confonda sempre più la realtà con la finzione. 
Magari, chissà, lo fa semplicemente perché, come dice Mastandrea in “Non pensarci”, le bugie sono un po’ più dolci.