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mercoledì 16 dicembre 2015

Mi piace quando Vero preme play

Ricordo perfettamente quando Veronica doveva partire per Toronto. Era preoccupata, un po' triste per questioni che avevano poco a vedere con la partenza, forse - se avesse potuto scegliere - non sarebbe neppure partita. E io, oltre a cercare di convincerla che le All Star non erano calzature adeguate per un inverno canadese, continuavo a dirle che il Canada le avrebbe preso il cuore, che niente sarebbe più stato lo stesso. Ecco, oggi torna Vero e mi dimostra che avevo ragione. Adoro avere ragione. Buona lettura a voi e grazie a Vero per questi piccoli pezzi di sè che ci regala ogni volta. 


A Toronto, in Church Street, a una manciata di minuti di cammino dalla stazione degli autobus in Bay Street c’è un ostello. Un ostello dove tornavo ogni volta che avevo bisogno di rivedere la grande città e di respirare l’atmosfera cosmopolita e magica di un posto che come spesso mi capita, traspira benevolenza per chi l’ama.

Ecco, non è un mistero che io mi sia follemente innamorata di Toronto e credo che molti da qualche mese a questa parte mi stiano odiando perché la maggior parte dei miei discorsi cominciano con: “in Canada…”



Io so che Cinzia mi capisce e mi perdonerà per questo mio incontrollabile amore. Dicevamo, l’ostello di cui  è famoso per dare il domicilio a uno dei pub piu’ multiculturali del quartiere, The Cavern dove non solo si mangia e si beve alquanto bene ma si puo’ anche assistere a delle live performance di gruppi musicali locali.

La prima volta che mi sedetti sui banchi di legno dei tavoli di The Cavern ero in compagnia di tre francesi, un’americana e due quebecois. Al gruppo poco dopo si aggiunse un ragazzo Canadese, lui tornava a Toronto ogni due settimane un po’ per lavoro un po’ per far visita ad amici e parenti.
Il ragazzo Canadese mi si siede affianco e mi chiede se conosco Umberto Eco. Che probabilità aveva Veronica di incontrare qualcuno che le chiedesse di Umberto Eco?

Si, certo che lo conosco.
Ma lo sai che lui è molto amato qui a Toronto.
Oh, davvero.
Si, ha dato delle lectures alla Toronto University e una delle sue biblioteche  è stata d’ispirazione per Il nome della Rosa.



Mentre si parlava di Umberto Eco passando poi per Calvino e Gabriele D’Annunzio, il tavolo si era svuotato. I francesi erano andati via, l’americana aveva un aereo da prendere il giorno dopo, io e il Canadese rimanemmo soli al tavolo con una Steam Whistle ciascuno.

Il gruppo, nel frattempo, stava suonando una cover dei Pixies. Ascoltando le  prime note non ho potuto trattenere l’esclamazione:

Oh, I love this song!


lunedì 13 gennaio 2014

Tea for Two

Finalmente Daria Pop è tornata, non se ne poteva più, mi mancava da far male...Grazie Daria e buon Tea for Two a tutti. 

Qualche mese fa, prima di dare via la mia 206 del 2000, con i suoi 210.000 km portati benissimo, mi sono fatta un giretto. In quella macchina c’era la mia autoradio a cassette ed era mia abitudine tenere, dietro i sedili, due sacchetti della spesa pieni zeppi di cassette, tutte rigorosamente duplicate ad eccezione di un paio di originali dei Beatles e dei Beach Boys.

Le cassette mi affascinano, non posso farci niente, nonostante alcune facessero così fatica a girare che, invece di mandarle avanti, mi toccava cambiare lato per farle tornare indietro. Poi, nella mia autoradio, non c’era nemmeno la ricerca automatica del pezzo, quindi per trovare una canzone bisognava assolutamente conoscere tutta la sequenza a memoria.


Fatto sta che, però, scrivere le copertine a mano era già un bel modo per memorizzare i pezzi.
Se poi, quei pezzi, te li eri pure ricopiati a mano (sul diario di scuola o su un quaderno per imparare a suonarli), finivi col conoscere pure il testo a memoria.
A questo ho ripensato l’altro giorno, leggendo un articolo di Eco suggerito dalla Queen e legandolo allo straordinario esercizio di memoria che si faceva imparando le canzoni a memoria, trascrivendo titoli e testi. Se poi, come me, puntavi anche a suonarle con gli amici, sapevi pure gli accordi a memoria. Pertanto, altro esercizio per i neuroni.
Da quando mi sono ritrovata a gestire gli mp3 (che siano comunque benedetti, chiariamoci), io non conosco più i titoli a memoria, non so che copertine abbiano i dischi e, talvolta, manco la faccia del cantante di turno.

Se poi la cassetta era registrata da un amico, ti rimaneva anche il ricordo della sua grafia. 
Avete mai pensato che lo straordinario mondo dei computer e dell’e-mail in particolare (che siano comunque benedetti, chiariamoci), ci hanno privato della bellezza della lettera o della cartolina nella cassetta delle lettere? Avete mai pensato quali sono le persone di cui conoscete la grafia? Non vi dispiace non sapere come scrivono i vostri amici con cui non siete andati a scuola? A me sì, tantissimo. Ho letto un sacco di cose scritte dalla Queen, per esempio, e non so manco che grafia abbia. Che peccato. Ecco perché mi sono innamorata del post di Vero in cui parlava delle cartoline. Perché anch’io le amo, amo trovarle nella cassetta, amo tutto quello che ha descritto nel suo post e, soprattutto, amo vedere un pensiero scritto A MANO.


Fatto sta che, per farmi quel giretto sulla 206, mi sono messa a spulciare tra le cassette perchè non volevo qualcosa di recente (ossia una cassetta indie di 10 anni fa). Volevo qualcosa che mi riportasse ancora più indietro, che mi facesse ridere un sacco e cantare. 
Manco a chiederlo, mi capita tra le mani, con la scritta fatta bene, con le lettere a linee doppie riempite fitte fitte col Tratto Pen rosso e con quello nero, una cassetta di 20 anni fa: Lorenzo 1994.
La do in pasto all’autoradio, alzo il volume, ingrano la marcia e via, cantando “Voglio di più”.
Il pezzo che ho in cuffia ora. Perché, tra tutti i propositi fatti per questo 2014, sicuramente c’è che voglio di più
Voglio parlare tutte le lingue del mondo, voglio imparare a suonare tre strumenti, voglio leggere milioni di libri, voglio scalare le Alpi, le Dolomiti e pure l’Himalaya, voglio comprendere la medicina tradizionale cinese, voglio vedere i colori dei boschi di tutti i Paesi, voglio far saltare 500mila persone con la mia consolle da dj, voglio riconoscere tutti i vini rossi del mondo con un solo sorsetto, voglio vedere la muraglia cinese e l’aurora boreale, voglio respirare l’energia che si sprigiona dai menhir sparsi per il mondo per poi ritrasmetterla a tutti voi.
E alla fine, voglio un casco di panna montata e me lo voglio poi mettere in testa e poi mangiare la panna montata, mangiarla tutta, fin quanta ne resta.