lunedì 21 luglio 2014

Tea for Two

Io e Daria ci siamo innamorate. Leggete e scoprite di chi. E vi dico con assoluta certezza che vi innamorerete anche voi, se non lo siete già. 

Non ricordo se ho già usato questo pezzo come sottofondo, ma si accompagna così bene alle riflessioni che sto per farvi, che ve lo (ri)propongo.


Ed è nel desiderio di bellezza che profuma questo periodo della mia vita che la Queen scopre e ci regala The Noisy Plume. Incantata da questo blog corro a vedere la pagina Flickr. Amore folle a prima vista
Immagini di vita a due da sogno, vita semplice, casetta nel bosco e natura onnipotente e incontaminata. Montagna, tanta montagna, boschi canadesi a perdita d’occhio.
Il tutto con un tocco fashion della padrona di casa che mescola gusto sopraffino per abiti e gingilli (creati da lei stessa) a mani bellissime e unghie che sprofondano nella terra e nei lavoretti manuali.
Lei si chiama Jillian e io e la Queen abbiamo deciso che è la nostra migliore amica.


L’altra sera in birreria racconto a Crösa di lei e Robert, il suo compagno, e di tutto quello che ho ricostruito guardando le foto. Gli descrivo questa vita semplice e favolosa, sognando a occhi aperti, gli dico che in fondo si potrebbe provare a circondarsi di bellezza di quel tipo anche qui, per esempio costruendosi le cose da soli. 
“La libreria, Crösa, è bellissima, scaffali di legno tenuti su da blocchi di cemento, poi ci metti due piantine, qualche libro et voilà, alla faccia dell’Ikea capisci?”
Crösa beve e mi guarda e ride: “e facciamo ‘sta libreria. Anzi, fai che decidere come la vuoi e Crösa poi la fa. Ma di cosa vivono? Cosa mangiano?”
“Uova, Crösa, mangiano un sacco di uova. Ci sono un sacco di foto di uova, ma vedessi che belle!”
“Uova - dice lui, lentamente e reggendo il boccale -  Uova. Cosa c’è di meglio di un bell’uovo dopo essermi sparato una giornata in fabbrica?”. Ride Crösa e mi chiede: “Adesso facciamoci la domanda fondamentale. Di che cosa vivono questi due? Lavorano? O almeno lui, lavora?”
Panico. Scrivo alla Queen che mi rassicura subito.
“Sì! Lui fa il vigile del fuoco e spesso va in trasferta in California. Poi lui torna a casa e lei lo aspetta in questa casetta che sa di fiaba, col divano con sopra una coperta di lana fatta a mano”.
Per Crösa è troppo, posa il boccale sul tavolo: “Eh no, cazzo, la coperta di lana no. Mi fa tristezza.”
“Va bene, va bene, niente coperta di lana allora - pausa - Però la casa è proprio carina, tra gli alberi, con un Airstream parcheggiato davanti a casa”. 
“Un Airstream. Roba da yankee”.


Ormai sa che seguo Jillian. Così stasera, parlando di case, Crösa mi dice con tenerezza: “Senti, facciamo così. Andiamo a vivere in Canada. Anzi ci portiamo anche la Queen e Gabriele. Io e lui facciamo i vigili del fuoco, che sarà comunque meglio della merda che si mangia qua, voi due ve la contate tutto il giorno, sul divano con la copertina di lana colorata (almeno che sia colorata, mi raccomando, se no fa proprio vecchio), vi fate il tè, andate a farvi delle camminate in montagna, nel weekend andiamo a camminare tutti insieme, ci ingozziamo di uova e viviamo tranquilli”.
A me, tra l’altro, le uova piacciono un casino.


giovedì 17 luglio 2014

Intervista a Sara di S*Art Lab

Posso dirlo a voce alta? Questo progetto per A little market mi piace tantissimo! Mi diverto un mondo a intervistare le mie creatrici preferite, scopro mondi nuovi e la mia wishlist si sta allungando a dismisura. Oggi è la volta di Sara di S*Art Lab, un laboratorio di sartoria delicatissimo, che mi ha fatto innamorare alla follia con il vestito che vedete qui sotto. E la gonna? E gli orecchini? Amore, amore, amore! Ma sentiamo cos'ha da raccontarci Sara! 


Ciao! Avresti voglia di cominciare quest’intervista raccontandoci qualcosa di te?
Ciao! Mi chiamo Sara, ho 29 anni e  vivo a Milano. Sono  la creatrice di S*Art Lab: un progetto di sartoria creativa e artigianato che nasce dalla mia passione per il cucito e per la personalizzazione della moda. 

Nel tuo negozio su A little market ci sono abiti (quello a righe mi ha conquistato il cuore) e bigiotteria. Com’è nato il tuo amore per la sartoria e l’handmade? 
Ho iniziato un po’ per gioco nel 2009, spinta dalla voglia di creare abiti unici e originali capaci di interpretare l'umore e soddisfare i capricci di ognuna di noi. Per questo motivo chiamo per nome ogni mia creazione: perché ogni donna è un abito e ogni abito è un'emozione. Questa è un po’ la mia filosofia… Ognuno dei capi che realizzo ha una sua piccola suggestiva storia: nasce per esaltare la femminilità nelle sue infinite espressioni di colore, forma e bellezza. Realizzo così tanti pezzi unici eleganti, chic o pret-à-porter adatti ad accompagnarci nelle avventure di tutti i giorni. 
Tutti i prodotti sono interamente creati da me: dal disegno alla confezione. In questo processo la ricerca dei materiali è fondamentale ed accurata: quando un tessuto mi piace riesco subito ad  immaginare l’abito che ne potrebbe nascere. 



Da dove nascono le idee per le tue creazioni? Quali sono le tue principali ispirazioni?
Amo molto il vintage sia per lo studio dei modelli che per la resa che hanno i materiali originali una volta utilizzati. 
La storia della moda è piena di spunti creativi, ci propone milioni di modelli che hanno saputo esaltare favolosamente la femminilità nel corso dei decenni, rimanendo ancora oggi dei must have. 

Hai un’icona di stile? 
Ovviamente si! Amo lo stile classico e raffinato di Audrey Hepburn. Mi ispiro molto alle varie personalità di donna che ha saputo impersonare sempre con grandissima eleganza: dalla ribelle principessa Anna di Vacanze romane, alla frivola Holly di Colazione da Tiffany o alla buffa Eliza di My Fair Lady.


Fai la sarta di professione? Se sì, ci racconti qualcosa in più sul tuo lavoro? Altrimenti, ti piacerebbe esserlo? Hai qualche sogno nel cassetto in proposito?
Amo molto cucire ma purtroppo non è la mia unica occupazione perché, per ora, non riesco a vivere solo di questo. Mai dire mai però! Chissà che un giorno non riesca davvero a fare la sarta di professione! Sogno una piccola bottega, magari tra le mura di Lucca, con tanti rotoli di tessuto colorati nel retro e i mie modellini appesi  in vetrina.

E infine, la domanda di rito: quali sono le tue creatrici preferite su A little market?
Una delle mie creatrici preferite di A little market è Valentina di Le Shabby Chat. Crea oggetti romanticissimi! Amo lo stile shabby e i colori pastello… Inoltre abbiamo una grande passione in comune: i gatti. 


martedì 15 luglio 2014

Frida

Credo che non ve lo ricordiate, ma tempo fa vi avevo promesso un post sulla mostra di Frida Kahlo. È da marzo che provo a scriverlo, senza riuscirci. Una volta mi sento troppo stanca, una volta non mi sono abbastanza ispirata, una volta fa troppo caldo, freddo, ho mal di testa, piove, nevica, c’è il sole. Insomma, pare non essere mai il momento giusto. In realtà, il motivo è che non mi sento all’altezza di scrivere di Frida. Come si fa a scrivere di questa donna così immensa? Così ispirante, elevata, magica? La sua grandezza è tale che le parole non sembrano adeguate. Oggi ci provo, ma come spesso mi capita, verrà fuori un post completamente diverso da quello che vorrei. Perdonatemi. L'amore annebbia la testa. 


Rincorro Frida da tempo, almeno dal lontano 2004, quando ho affrontato un caldo allucinante e la maledizione di Montezuma per andare a vedere casa sua. Era la mia prima volta in Messico, Città del Messico era un inferno di caldo e stordimento per via dell’altitudine e avevo passato i primi due giorni della vacanza chiusa in albergo a fare i conti con il succitato Montezuma. Ma non potevo lasciare la città senza vedere la Casa Azul. E così sono salita sulla metropolitana più colma e soffocante che abbia mai sperimentato, mi sono diretta a Coyoacan e, non senza star male ancora una volta prima di entrare, ho varcato la soglia della casa di Frida. 


Credo che le persone religiose provino sentimenti simili quando visitano certe chiese oppure rendono omaggio ai santi a cui sono devoti. Il senso di gratitudine e di emozione che ho provato in quel momento penso possa essere paragonabile unicamente a certe esperienze mistiche. O alla felicità che provo a un concerto rock (sono blasfema, lo so, ma non lo faccio davvero apposta). Comunque, quando ho visto il letto di Frida, con sopra lo specchio che lei usava per dipingere se stessa, ho provato una commozione e un dolore difficili da descrivere. Il pensiero di mesi di sofferenza, di dolore fisico così intenso da stordire, dell’obbligo di vedere l’orizzonte nei propri occhi, mi ha abbattuta. E ha aumentato il mio amore.  



Quando sono stata in Messico non ho avuto modo di vedere molti quadri di Frida. Nella casa ve n’erano pochi e ricordo che una parte del museo era chiusa. Quindi, quando si è aperta la mostra a Roma, sono corsa da lei. In realtà, non l'ho fatto tanto per i quadri, ovviamente meravigliosi, ma perché avevo letto che erano in esposizione moltissime foto e non potevo proprio perdermele. E lì, nella mostra, ho ritrovato quella sensazione provata in Messico anni fa. Stavo guardando uno schizzo intitolato Por Mi Manolo, in cui Frida descrive l’esperienza del proprio aborto. Rivoli di sangue scorrono dalla vagina e dal cuore. E ancora una volta ho provato un dolore profondo, come se la sua sofferenza fosse anche la mia.


E nel guardare quel quadro, provando così tanto dolore, ho ripensato a questo articolo in cui Conchita De Gregorio, riflette sul perché, delle tante donne dell’epoca, proprio Frida Kahlo sia diventata un’icona mondiale e perché sia un simbolo soprattutto per le donne. Io credo si tratti soprattutto di solidarietà femminile. Solo le donne sanno essere così  profondamente solidali verso il dolore di un’altra donna. Per gli uomini Frida Kahlo è una donna baffuta vestita in maniera colorata, per le donne Frida è una donna che soffre ed è impossibile non amarla, sentirla vicina, solidarizzare con lei. Questo è quello che ha trasformato Frida in un’icona, il non aver avuto pudore, ma l'aver condiviso il proprio dolore con grande sincerità, facendolo diventare il dolore di tutti, anzi di tutte. Questa è la vera arte di Frida, quello che permea i suoi quadri, il suo volto, la sua vita, ed è questo il motivo che la rende così diversa da qualsiasi altra artista. È questo che la rende Frida.  Ed è per questo che le voglio così bene. 

mercoledì 9 luglio 2014

Le cose belle del mese: giugno


Dopo aver saltato il mese di maggio, non perché non ci fossero state cose belle, ma solo perché la mia testa malata s'è ricordata del post ormai a giugno inoltrato, eccomi qui nuovamente con le cose belle del mese. Sapevo che questo appuntamento vi mancava da morire, riuscivo quasi a percepire la vostra tristezza e quindi mi son detta che dovevo assolutamente tornare. Scemate a parte, eccomi di nuovo qui. L'ennesimo elenco, le ennesime cose belle del mese. (Che poi non sono mica tante, ma molto sentite).

Le Swedish Hasbeens
Ci si può innamorare di un paio di scarpe? Certo che sì. Ovviamente sì, ma cosa sto qui a dire. Io però ho sempre avuto una certa propensione a innamorarmi delle borse, più che delle scarpe. Finché non ho conosciuto loro, questi favolosi sandali di legno stile "la bella lavanderina", che mi hanno preso il cuore per non lasciarlo più. 

L'orto botanico di Padova
Come saprà chi mi segue su facebook e/o instagram, a fine giugno sono stata qualche giorno a Padova al seguito di mio marito, che si trovava lì per lavoro. Era la mia prima volta in quella città e mi è piaciuta tantissimo. C'è luogo in particolare che mi ha conquistata e si tratta dell'orto botanico. Ci sono andata una mattina presto, faceva fresco e mi sono goduta la meraviglia di quel luogo incantato. Credo di aver letto ogni etichetta, fotografato ogni fiore, vagato con la mente seguendo le suggestioni evocate da piante esotiche e luoghi lontani. Tutto questo in un luogo silenzioso e magicamente sospeso nel tempo. 

Il concerto degli Arcade Fire
Su questa storia del concerto degli Arcade Fire l'ho fatta andare anche troppo a lungo, vero? Però, che vi devo dire, quando provate un'emozione così grande non avete voglia di urlarlo al mondo? Quel concerto l'ho aspettato per sei lunghi mesi e, quando è arrivato, mi scoppiava il cuore dalla felicità. 

I prodotti per capelli della Davines
Risolta da tempo la questione occhiali, uno dei miei crucci più grandi rimane quello dei capelli. Hanno mille problemi, vivono di vita propria, non fanno mai quello che vorrei. E' come se non fossero miei, come se passassero sulla mia testa per caso e non si trovassero a proprio agio. Grazie a Riccio Capriccio, però, ho scoperto i prodotti della Davines, che hanno cambiato le cose. I miei capelli rimangono sempre dei gran maleducati, ma almeno si sono calmati un po'. E poi gli shampoo hanno un profumo così bbbbuono...

Lo spritz (di Padova)
La cosa che più mi è piaciuta di Padova è la sua vitalità. La gente esce, sta fuori, chiacchiera, se la gode. Mi piace il fatto che ci siano mille piazze. E mille bar. Tutti pieni. Mi piace il rito dell'aperitivo, alle sette tutti seduti faccia al sole a bersi uno spritz. E dopo aver bevuto lo spritz a Padova, bello ricco e corposo, rigorosamente servito nel bicchiere appropriato (altro che nel calice, ma dai), tutti gli altri mi sembreranno delle timide bevande annacquate. 

Il progetto 100happydays 
Come sapete, sono una grande fan dei progetti fotografici e simili, che inizio con grande entusiasmo per poi lasciarli a metà, maledicendomi e dandomi dell'inconcludente. Questo, incredibilmente, sono riuscita a portarlo a termine. A modo mio, senza pubblicare una foto al giorno come avrebbe richiesto il progetto, perché a volte non è che proprio tutti i giorni ci sia un motivo per essere felici. Oppure i motivi sono sempre gli stessi e li hai già fotografati più volte. Oppure perché spesso la felicità non è fotografabile. Ma va bene così, no?

La mia seconda #myselfie
Conoscete Faccio e Disfo Handmade e le sue #myselfie, vero? Io ne avevo ordinata una tanto tempo fa e mi è piaciuta così tanto che non ho resistito: lo scorso mese è arrivata la seconda, meravigliosa ragazzina da portare al collo. Con la maglietta degli Smiths, realizzata con una precisione emozionante. Uno dei miei gioielli più preziosi, davvero. 

lunedì 7 luglio 2014

La mia vita e i mondiali di calcio


Michele Serra, in un articolo di qualche giorno fa su Vanity Fair, sosteneva che la vita di ciascuno di noi potrebbe essere scandita dai mondiali di calcio: arrivano ogni quattro anni, ci colgono in momenti molto diversi e, come istantanee inaspettate, ci fotografano lungo il nostro percorso di vita. Questa riflessione mi ha stuzzicata e ho deciso anch'io (che si sa sono piuttosto egocentrica) di ripercorrere la mia vita seguendo le tappe dei mondiali. 

I primi mondiali di cui ho ricordo sono quelli del 1982. Ho iniziato alla grande, non c'è che dire. La Cinzia che ha vissuto quei mondiali era una bambina incredibilmente felice, in campeggio in Gargano con famiglia e amici. Ogni anno, mio papà faceva tre settimane di ferie, che noi trascorrevamo per intero in tenda, qua e là per l'Italia. Tre settimane a piedi nudi, fatti di giochi nell'acqua fino al tramonto, rumore di cicale e fumetti da leggere nel primo pomeriggio, quando tutti dormivano. Credo che il mio infinito amore per l'estate risalga a quei momenti di paradiso. La Cinzia dell'epoca aveva un paio di zoccoletti di legno, una maglietta di Candy Candy tutta glitterata e non portava ancora gli occhiali. Delle partite non ricordo nulla, mio papà non era minimamente tifoso e non c'era la TV. Ricordo di aver ascoltato la finale alla radio, insieme al mio amichetto, che aveva scagliato il pallone al cielo al momento di un gol dell'Italia, chissà poi di chi. 

Dei mondiali del 1986 non ho praticamente nessun ricordo. Potrei ipotizzare che l'Italia non sia andata avanti molto, perché ricordo solo le partite di giugno, che mi infastidivano notevolmente perché in quel mese c'è la festa del patrono al mio paese, con giostre e musica, e le strade erano deserte. All'epoca facevo le medie e lo sport praticato con le mie amiche era mangiare gelati, macinare chilometri a vuoto e guardare i ragazzi più grandi. Di quelli del 1990 ricordo che ero in vacanza al Lago di Garda, insieme alla mia amica del cuore di sempre, che ora non mi saluta più per motivi a me ancora sconosciuti. Le partite le guardavamo al bar del campeggio ed eravamo sufficientemente sfrontate da tifare spudoratamente Argentina, durante la finale, circondate unicamente da tifosi tedeschi. 

Poi sono arrivati i mondiali del 1994. Brenda Walsh era la mia icona di stile, credevo di essere felice ma non mi rendevo conto di aver commesso due errori fondamentali: avevo scelto tedesco come seconda lingua all'università, che odiavo profondamente ma non avevo il coraggio di cambiare, ed ero appena tornata insieme a quello che sarebbe diventato il mio fidanzato "storico", per il quale ho rinunciato a troppe cose importanti senza esserne consapevole. Le partite le vedevamo alla birreria del mio paese e ricordo distintamente di aver visto più di una persona piangere al rigore mancato di Roberto Baggio. Quelle stesse persone che avevano il chiodo e i camperos e passavano le serate con il cofano della macchina aperto a sentire il motore. Robe di provincia.

Del 1998 non ho un singolo ricordo. Non stavo molto bene, credo. Ho pochi ricordi anche dei mondiali del 2002, erano quelli della Corea mi pare. Ricordo solo che in ufficio avevamo una radiolina che si sentiva malissimo e ci arrivavano echi di disfatte ingloriose. Io all'epoca avevo un lavoro che adoravo e colleghi amatissimi che rendevano le ore passate in ufficio un vero piacere. Avevo chiuso la mia famosa storia con il fidanzato "storico" e mi sentivo leggera. I mondiali del 2006, invece, me li ricordo benissimo. Sposati da poco, io e mio marito vivevamo in un condominio che avrebbe potuto tranquillamente essere l'ambientazione per un libro di Pennac. Stavamo per cambiare radicalmente la nostra vita e non so se, mentre guardavamo le partite seduti sul divano dei vicini, ne fossimo già consapevoli. La Cinzia di quell'anno era magrissima, non sapeva cucinare e non aveva ancora capito l'importanza della protezione 50. 

Ricordo pochissimo dei mondiali del 2010, siamo usciti piuttosto presto vero? E poi sono troppo vicini nel tempo, impossibile guardarsi indietro con sufficiente distacco. E che dire di questi del 2014? A parte la disfatta calcistica della nostra nazionale, mi risulta difficile fare un ritratto della Cinzia di oggi. Spero che, se dovessi fare questo gioco a distanza di anni, l'istantanea di questi tempi mi restituisca l'immagine di una Cinzia un po' in ansia, ma che ha finalmente trovato la propria strada e che ha saputo trovare il coraggio di vivere la vita che desidera. Una Cinzia che sta per festeggiare i dieci anni di matrimonio, ancora incredula della propria fortuna. Una Cinzia con qualche ruga, ma di quelle che vengono con il sole e i sorrisi. 

venerdì 4 luglio 2014

Wishlist del venerdì

Buongiorno e buon fine settimana, dudes. Pronti a surfare sull'oceano? Ah, non abitiamo in California? Mannaggia. Vabbé, io mi consolerò di questa triste realtà con una birra, un giro al mare (non oggi perché piove, meh) e qualche libro. Sempre la solita vita, uffa. Meno male che c'è la wishlist, va.

1. Vorrei tanto essere invitata a un matrimonio. Giuro. Io adoro i matrimoni, mi commuovo, mi diverto, sono felice. In passato, nella mia fase 'nu jeans e 'na maglietta, sono stata invitata a milioni di matrimoni, ai quali mi sono sempre presentata nella variante pantalone elegante e giacca. Ma dico, ora che sono tutta innamorata dei vestiti, tutta tulle, paillettes e fru fru, nessuno che pensi più a sposarsi? Forse perché mi presenterei con un vestito come quello qui sotto?


2. Come già vi ho raccontato nella scorsa wishlist (che dico sempre le stesse cose come i vecchi, ormai si sa), ho sistemato una stanza di casa adibendola a ufficio. Le pareti sono ormai troppo piene, ma vorrei tanto ancora lo spazio per un poster come quello nella foto qui sotto, dedicato alla mia città del cuore, e ovviamente trovato su Etsy. Tra l'altro non vi ho mai parlato (e di questo son sicura) dell'incredibile fascino esercitato su di me dai nomi dei luoghi: Timbuctù, Samarcanda, Tangeri, Veracruz, Murcia sono i miei preferiti. E voi, non sognate anche voi un luogo solo per via del suo nome?


3. Come tutte le estati, mi prende la voglia di campeggio, vita all'aria aperta, piedi nell'erba e salsicce grigliate. Sapete della mia passione per i camper Volkswagen, per gli Airstream (tra l'altro ho visto che su AirBnb si possono affittare, in California, eh vabbé, vai a guardare il capello) e per tutti i mezzi di locomozione un po' vintage. Quindi potevo non innamorarmi di C'mon Campers, un'impresa sarda che affitta vecchi pullmini Volkswagen rimessi a nuovo? Ad Alghero, tra l'altro. No, dico, quasi quasi...


mercoledì 2 luglio 2014

Mi piace quando Vero preme play

Ogni volta che leggo i post di Vero mi stupisco un po' di più. Buona parte delle canzoni che lei ha scelto in passato sono tra le mie preferite di sempre e le altre lo sono diventate in un attimo. Io e questa meravigliosa ragazza siamo in sintonia, non c'è che dire. Questa volta Vero ci regala un post su una delle canzoni più belle del mondo e la mia preferita degli Stones. Ma vi lascio alle sue parole, perché lei sa raccontarvela molto meglio di me. 

Il Concerto dei Rolling Stones è stato uno dei miei grandi propositi del nuovo anno e uno dei primi a diventare realtà.
Il mio proposito di quest’anno è stato solo uno: mi sono imposta una partecipazione ad almeno un grande concerto. Quando il mio amico Marco mi ha confermato che i Rolling Stones sarebbero approdati in questa ridente penisola mi sono detta che era la volta buona. Mi sono armata di pazienza e ho stalkerato e convinto anche la mia amica Giulia a partecipare all’impresa. Il 19 Marzo i telefoni cellulari squillavano freneticamente: “prendo un biglietto anche per te?” “ce li hai i soldi?” “a te serve il biglietto?”.


Tutto questo per dirti che, cara Cinzia, oggi parliamo di una canzone che i Rolling Stones  non hanno suonato al concerto e che è stata l’unica cosa che rimprovero loro –se proprio devo farlo- una canzone a cui sono particolarmente legata e che amano un po’ tutti: Wild Horses.
Questa canzone, che già frequentava la mia vita, ne è diventata parte integrante una notte estiva del 2009.


Tre amiche, un divano e MTV. Proprio dopo la Torrini (roccotoccobombom) arriva Mick Jagger. Io, che ve lo dico a fare, sono sempre innamorata nei miei ricordi.  Credo che non ci sia un giorno della mia vita dove non provassi amore per qualcuno o qualcosa. Le canzoni funzionano meglio quando si sente, nel senso inglese del termine. Wild Horses avrei voluto averla scritta io, che sono modesta. Non si sa bene se la canzone fosse stata dedicata da Keith Richards a una donna col quale aveva interrotto una relazione o al figlio che ha perso mentre lui era in trasferta.


Fatto sta che, tralasciando le vicissitudini personali di Keith, questa canzone calza a pennello per ogni momento di dolore del cuore. Motivo per cui, sia se l’amore trabocca ed è soggetto ad un compiacente re-fill oppure se il sentimento non è ricambiato, questa canzone fa comunque bene. E’ un balsamo per le sensazioni, la sabbia sotto i piedi quando è sera e non c’è nessuno in spiaggia, è l’amica che ti sta vicina sul divano e non ti parla ma c’è.
Insomma, si, ce la ascoltiamo?