mercoledì 10 febbraio 2016

Plumcake vegano integrale alle mele

Qualche giorno fa, mentre stavamo guardando Fast Food Nation, mio marito s'è girato verso di me e mi ha detto: "Comunque, quando ti ho conosciuta, tu eri una da fast food eh". Io l'ho guardato come si guarda un pazzo uscito dal manicomio e io negato strenuamente, come si fa quando si è certi di essere nel torto. 

In effetti, pensandoci bene, quando ho incontrato mio marito, stavo vivendo un momento di ubriacante felicità e il cibo era l'ultimo dei miei pensieri. Avevo finalmente realizzato il mio sogno, vivevo in una casa tutta mia e mi ero finalmente liberata della presenza, affettuosa ma soffocante, dei miei genitori.

La liberazione passava anche attraverso il cibo e significava flessibilità di orari, la possibilità di mangiare a qualsiasi ora, di saltare i pasti, di fare colazione all'ora che più desideravo, con quello che volevo, arrivare alla cassa del supermercato con il carrello della spesa pieno unicamente di patatine, birra e salsa tonnata. Che meravigliosa leggerezza, signori miei. 

Certo che, per riprendere il discorso del post di lunedì scorso, se mi fermo un attimo e mi guardo indietro, ne ho fatta di strada da quel periodo, eh? Complice l'età, la consapevolezza, la curiosità, la ricerca, la voglia di conoscere, sono diventata molto più rigorosa, dal punto di vista alimentare, di mia madre - che è una piuttosto nazista, quando si parla di cibo. 

Buona parte di questo percorso ha avuto luogo nell'ultimo anno e ne sono felice, per quanto sia stato scatenato da un evento terribile, perché ho imparato davvero tanto. Da quando mangio meglio e ho eliminato un bel po' di alimenti, sto da dio. Ma da dio veramente, eh. E, ripeto, ho imparato un bel po' di cose. 

Ho imparato che i dolci sono buoni anche senza il burro e le uova e il latte, io che quando ho scoperto di avere il colesterolo - anni fa - pensavo che la mia vita fosse finita. Ho imparato che la verdura è la cosa più buona del mondo, che la pasta integrale è molto più gustosa di quella normale, che posso vivere anche senza mangiare la pizza ogni settimana, che la cucina vegana è un mondo tutto da scoprire. Ho imparato a provare e sperimentare, senza affidarmi ai soliti piatti, fino ad arrivare a ricette ottime come quella che voglio condividere oggi con voi. La ricetta l'ho trovata sul volantino di Natura Sì di questo mese, che ho modificato leggermente a mio gusto. Provatelo, è ottimo. Fidatevi della Cindy!


Plumcake vegano integrale con le mele

Ingredienti

160 gr. di farina 2
50 gr. di farina integrale
50 gr. di farina di farro
100 gr. di zucchero di canna
100 gr. di latte di avena
70 ml. di olio di mais
50 gr. di succo di mela
50 gr. di uvetta
50 gr. di semi di papavero
1 bustina di lievito
1 mela

Ammollare l'uvetta in acqua tiepida. Nel frattempo, unire le farine, lo lievito, lo zucchero e i semi di papavero. Mescolare bene, quindi aggiungere l'olio, il latte e il succo di mela. Mescolare bene, e poi aggiungere l'uvetta ben strizzata e la mela fatta a pezzettini. Versare in uno stampo da plumcake rivestito di carta da forno. Cuocere in forno a 180° per 40/50 minuti. 

lunedì 8 febbraio 2016

Una bucket list al contrario

(foto Cameron Kirby via Unsplash)

Conoscete Giada Carta? Io l'ho scoperta da relativamente poco tempo e ne sono stata conquistata. Credo di averla scoperta grazie a Gioia Gottini, inzialmente ho cominciato a seguire la sua pagina Facebook, ma va detto che (ti chiedo scusa Giada, se mi leggi) subito non capivo esattamente cosa facesse. Quindi guardavo da lontano, apprezzavo le foto che condivideva, leggevo con curiosità quanto scriveva sulla sua pagina, senza mai approfondire veramente, ma allo stesso tempo senza mai allontanarmi, come se fossi consapevole che c'era qualcosa per me, tra quelle righe. 

Il primo passo verso l'amore incondizionato è avvenuto con un suo post su Samhain e sui rituali da fare in quell'occasione. Da lì, ho messo da parte la metà razionale del mio cervello e ho deciso di approfondire. Non so nulla di dee, miti, rituali, ma è un mondo che mi affascina tantissimo. E lei lo sa raccontare con grande attenzione, con un tono pacato e delicato, non con quel piglio da invasati che spesso contraddistingue questo genere di temi (e che allontana le persone in bilico tra due mondi, come me).  

Mi sono letta tutti i post del blog, mi sono iscritta alla newsletter e ora godo fieramente di un bellissimo regalo per le iscritte: 29 gesti d'amore per te stessa, ossia una mail al giorno per tutto il mese di febbraio, ciascuna contenente un suggerimento per stare meglio. Il primo di questi, ricevuto lo scorso lunedì, ha colpito dritto nel segno: si tratta di redigere una bucket list al contrario, ossia non una lista di "cose da fare prima di...", bensì un elenco di cose belle che si sono fatte e di cui si è felici, orgogliosi, quello che volete voi. 

Beh, questo suggerimento sembrava scritto apposta per me e il mio bisogno di allontanare la frustrazione e la malinconia e il non ho combinato niente e la vita fa schifo e così via. Sembra quasi una perfetta continuazione della mia pratica della gratitudine, un modo per scacciare ancora più lontano le lamentele e i vortici negativi. 

La bucket list al contrario può essere generica oppure coprire uno specifico ambito, può coprire uno spazio temporale limitato oppure tutta la vostra vita. Insomma, la cosa bella è che si può fare un po' quello che si vuole, in base alle proprie esigenze. Bene, io ho deciso di scrivere la prima bucket list al contrario sul tema viaggi, visto che giusto in questi giorni mi lamentavo con me stessa di aver viaggiato poco, di non aver visto nulla, eh guarda quello lì dov'è andato, guarda quella cos'ha fatto, e io son sempre a casa, e non vedrò mai tutti i posti che voglio vedere e via di seguito. Bene, ecco qui la mia lista. 

- ho fatto la prima vacanza da sola a 16 anni, ho preso l'aereo per la prima volta a 19 per andare in vacanza con mia cugina a Amsterdam (potrà sembrare una sciocchezza, ma erano altri tempi e altri genitori, quindi un grande traguardo!).

- sono stata quattro volte a Parigi e due a Vienna, di cui una a Natale. Sognavo di vedere Vienna sotto Natale e l'ho fatto

- ho visto la chiesa dei gitani e i fenicotteri a Les Saintes Maries de la Mer. Due volte

- sono stata alla Fondazione Maeght a Saint Paul de Vence e al Museo Matisse a Nizza

- ho visitato lo studio di Cezanne a Aix-en-Provence e la Casa Azul di Frida a Città del Messico. 

- ho visitato il Museo di Georgia O'Keeffe a Santa Fe

- ho vissuto tre mesi in California, tre in Messico, tre in Canada. Perché tre ogni volta? Il visto turistico, baby

- ho mangiato aragoste su un'isola deserta da qualche parte vicino a Cajo Largo

- ho dormito in almeno dieci case cubane diverse e fatto colazione con altrettante famiglie, tra La Havana e Santiago De Cuba

- ho festeggiato il mio compleanno a Ushuaia, in Patagonia e navigato sul canale di Beagle

- ho visto il tramonto nella Death Valley e guidato di notte nel deserto verso Las Vegas

- sono stata al concerto dei Muse a New York e dei Black Keys a San Diego

- ho passeggiato per il mercatino di San Telmo, la domenica mattina, a Buenos Aires

- ho dormito in Cile, anche se solo per tre giorni

- sono stata a New York in autunno. E a Natale. E in primavera

- ho cercato i passi di mio bisnonno, a Ellis Island

- mi son seduta a guardare il mare a Uig, sull'estremità nord dell'isola di Skye

- ho bevuto tè e scones a Edimburgo, bubble tea a Tokyo e chai a Istanbul

Questa lista potrebbe andare avanti ancora per un bel po', questo è giusto quello che mi è venuto in mente nell'ultima mezz'ora. E scriverla mi ha fatto rendere conto di quanto abbia fatto, di quanto abbia visto, di quanti chilometri abbia macinato

Ma soprattutto ho realizzato che ciascuna delle cose che ho scritto era un sogno, un desiderio che pareva impossibile nel momento in cui si è formato nella mia mente, ma che ho lavorato duro per realizzare. E' buffo come, nel momento in cui un sogno diventa realtà, si passi oltre e quasi ci si dimentichi di quello che si è fatto, proiettandosi avanti verso il prossimo desiderio, la prossima meta, il prossimo obiettivo. 

Fermarsi e guardare indietro, invece, dà una grandissima forza, come quando si torna da una camminata in montagna e si chiede al proprio compagno di gita: "ma abbiamo fatto tutta questa strada?", complimentandosi con se stessi per il traguardo raggiunto. 

Vi consiglio caldamente di farlo, quando vi sentite giù e vi sembra di non aver concluso un bel niente, vi farà un gran bene. Noi guardiamo sempre avanti ed è indubbiamente salutare, ma non dobbiamo scordarci dell'importanza di fermarci, guardare la strada dietro di noi e renderci conto di quanti passi abbiamo messo in fila. E' una pratica che fa davvero bene e che applicherò sicuramente ad altri ambiti della mia vita. Quindi, grazie Giada!

venerdì 5 febbraio 2016

Wishlist del venerdì

Buon venerdì, amici. Sembrava impossibile, ma alla fine siamo arrivati anche alla fine di questa settimana! Cosa prevede il vostro weekend? Il mio sicuramente un buon bicchiere di vino con gli amici, una sessione intensa di divano e una domenica in famiglia a festeggiare una zia adorata. Insomma, avrò di che riempire il mio quadernino della gratitudine

Per iniziare questo weekend nel migliore dei modi, ho rispolverato una bella wishlist del venerdì, ché era da troppo tempo che non mettevo in circolo dei desideri e i desideri se non li esprimi non si avverano mica, eh. Ultimamente ho scoperto delle incredibili bellezze e la mia lista dei desideri sta ormai assumendo dimensioni ciclopiche, ma non disperiamo. Prima o poi, i sogni diverranno realtà. 

1. Come tutte le cose citate in questa wishlist, ho scoperto questa meraviglia grazie a Instagram. Se prima passavo il tempo unicamente a scorrere il feed delle persone che seguo, ultimamente uso un sacco la funzione explore e scopro dei veri e propri tesori. Come il profilo di Un peau sauvageche inizialmente mi ha colpito per la bellezza delle foto. Ho capito solo dopo che le foto "nascondono" una bravissima creatrice che lavora a maglia e realizza cappelli, guanti e piccoli gioielli. E sono proprio questi ultimi ad avermi conquistata, già mi immagino come starebbero bene queste collane sulle ottocento maglie a righe che tirerò fuori a primavera...



2. La ragazza dello Sputnik, invece, la "conosco" da una vita. Ho cominciato a seguirla per via del suo nome, visto il mio grande amore per quel libro di Murakami, l'ho sentita vicina a me per il suo amore per gli animali e, ovviamente, mi sono innamorata di tutte le cose che fa. Amo le sue pochettine, i cuscini, gli accessori per bambini, tutto infinitamente delizioso, ma da quando s'è messa a fare le borse in eco-pelle, beh, non so più che dire. Non so trovare le parole per descrivere la bellezza di questa borsa gialla



3. L'ultima incredibile meraviglia di oggi, invece, credo di averla scoperta grazie al solito Flow Magazine. Son sicura di aver guardato per prima cosa il suo profilo Instagram e di essere rimasta a bocca aperta. Si tratta di Sarah Benning, una ricamatrice americana che vive a Maiorca e che realizza piccole opere d'arte con ago e filo: quadretti rotondi che raffigurano fiori e piante, di una delicatezza, precisione e accurata semplicità davvero uniche. Giudicate voi. 





lunedì 1 febbraio 2016

Praticare la gratitudine


Quando la gente parla di me, uno degli aggettivi che usa maggiormente è: "sorridente". Io sorrido molto, sorrido quando saluto le persone, sorrido con gli amici, sorrido quando mi chiedo informazioni, sorrido spesso anche al telefono, a meno che non si tratti dell'ennesimo operatore che tenta di prendermi per sfinimento. 

Questo potrebbe sicuramente far pensare che sono una persona allegra, serena, in pace. Beh, ragazzi, dietro quel sorriso si nasconde il caos. Fidatevi, il caos vero. Se poteste aprire una finestra e guardare dentro la mia testa, vedreste pensieri che si affastellano, dubbi che si ripetono, interrogativi che si agitano in continuazione. Un vero e proprio marasma, chiuso lì dentro al sicuro da occhi indiscreti. 

Perché sì, l'ho imparato da mio papà, non ci si lamenta mai. E non si rompono i maroni agli altri con le proprie menate, ché hanno già le loro cose a cui pensare. Quindi mi tengo tutto dentro, a bollire e ribollire. La piccola parte che emerge in superficie la condivido con mio marito, ma buona parte delle cose rimangono lì dentro, nel magma del mio cervello. Vi prego di non preoccuparvi, non c'è nulla di grave che non va nella mia vita, ho solo troppi pensieri e troppe cose a cui non riesco a trovare posto, dentro di me. 

Ultimamente, mio marito è spesso via per lavoro e mi ritrovo a passare un bel po' di serate in solitudine. Nella maggior parte dei casi, dedico questo mio tempo a guardare su Netflix documentari e serie che lui non vorrebbe guardare mai o ad ammazzarmi di concerti su You Tube. Poi ci sono quelle sere in cui i pensieri sono ancora più fitti e non si riesce a mandarli via. Come la settimana scorsa, quando - mentre Ziggy Stardust emanava meraviglia dalla televisione - sentivo che la tristezza stava prendendo il sopravvento. 

Quando sento che l'umore va giù, le cure sono diverse: uscire e camminare, mettere la musica degli Of Monsters And Men a tutto volume, mettermi a cucinare. Era sera tardi, non sentivo di poter fare nulla di tutto questo e allora mi sono fatta una tisana, sono andata a letto e ho aperto Flow Magazine, che è quanto di più terapeutico ci sia, per me, ultimamente

Ho scorso un po' di pagine, beandomi della bellezza e dell'ispirazione continua che ne ricavo, finché non sono arrivata a un articolo su Hailey Bartholomew, una fotografa australiana, che anni fa ha dato vita al 365 Grateful Project. Hailey racconta di aver attraversato un periodo difficile, in cui non riusciva più a essere felice e soddisfatta della propria vita, per quanto fosse praticamente perfetta.  Hailey ha ritrovato la serenità con un progetto fotografico, chiamato appunto 365 Grateful Project, che prevedeva di fotografare ogni giorno una cosa di cui era grata. 

Credo di aver sentito mille volte parlare di progetti del genere e la mia mente c'è sempre passata sopra, spesso bollandole come inutili pratiche new age per fricchettoni, ma quella sera ho sentito che era quello di cui avevo bisogno. Non avevo voglia di stressarmi a fare fotografie, allora ho deciso di tenere un diario della gratitudine. Ho preso il quaderno più bello che ho, quello che rimaneva da mesi intonso nella libreria per paura di rovinarlo, ho scritto la data del giorno e ho cominciato a scrivere. Ogni sera, per qualche minuto, mi siedo al tavolo, rifletto sulla giornata e scrivo. Ed è una pratica bellissima, che mi sta facendo sentire infinitamente meglio. 

E il motivo è davvero semplice, incredibilmente banale: ogni giorno ci sono infinite cose di cui essere grati, anche di una piccolezza infinitesimale, e non è il caso di aspettare domani per essere felici. Semplice, appunto, banale, infatti, ma a volte è davvero difficile rendersene conto. E scrivere, fermarsi un attimo, riflettere, aiuta tantissimo a dare importanza a quello che si ha, senza pensare che avremmo bisogno di altro per stare meglio. Perché, basta aprire la pagina del diario a caso, come si può non essere felici di aver trovato un mazzo di fiori inaspettato sul tavolo di un ristorante, vedere il cielo tinto di rosa un pomeriggio all'uscita della stazione o aver bevuto un cappuccino perfetto? 

Se avete voglia di fare come me e adottare una pratica della gratitudine quotidiana, ho una cosa per voi. Dentro a Flow Magazine c'era un piccolo quadernino, chiamato The Little Gratefulness Diary, lo vedete nella foto in alto. Io non lo uso, ho già il mio quaderno speciale, e ho pensato di regalarlo a qualcuno di voi. Scrivetemi nei commenti se lo volete, lo spedisco con enorme gioia. 

venerdì 29 gennaio 2016

Mi piace quando Vero preme play

Buon venerdì, amici del cuore. Oggi, in via del tutto eccezionale rispetto alla solita pubblicazione del mercoledì, va in onda Vero e il suo Mi piace quando Vero preme play. Dico "va in onda" perché c'è una grande novità: a partire da oggi, Vero sarà anche in video. 

Quando Vero me lo ha detto, ho fatto i salti di gioia. Conoscendola, sapevo che ogni video sarebbe stato fonte di risate, musica e di un po' di sana e intelligente stupidera, ché ce n'è così tanto bisogno. E non mi sono sbagliata, giudicate un po' voi. 

Cari amici, il 2016 comincia con una buona notizia e una brutta notizia

Noi che non siamo mainstream iniziamo con le belle notizie ovvero con il fatto che quest’anno, per quanto riusciremo, il momento play sarà un momento video, il che vuol dire tanto divertimento per me e tanto sfinimento per voi. La brutta notizia è che con il 2016 se n’è andato anche il nostro amato David Bowie.

Ora, oggi non parleremo di David ma mi sembrava giusto dire che anche se lo amo alla follia, questo è il momento di introdurre i Troggs.


I Troggs sono un gruppo britannico famoso negli anni ottanta per pezzi come Wild Thing che è quello di cui parleremo oggi. Questo di cui vi parlo è un pezzo che è stato reinterpretato da un numero altissimo di artisti di grande calibro come Jimi Hendrix e le Runaways. I Troggs sono principalmente famosi per questa canzone, tant’è che ne vivono ancora di rendita. La canzone nasce nel 1965 ed è composta per un gruppo che si chiama The Wild Ones ma è portata al successo dai nostri Troggs ed è la loro versione che è quella più  conosciuta nel mondo.



Il Canada mi ha deviato e ogni mio bel ricordo proviene da quella terra fredda ma gioiosa. La scelta di Wild Thing deriva da un ricordo che mi è rimbalzato in mente tempo fa. Eravamo ad una cena, un sabato d’Agosto in Ontario, la mia amica Chloe, stava parlando della sorella e di come questa da piccola avesse chiamato il suo criceto “Wild Thing” -just like that song!- . Io, allora, non conoscevo ancora la canzone  e fu quello un buon momento per colmare questo gap.

Noi siamo abbastanza vicini alle tematiche Wild, vi ricordate il post su Iggy Pop? Non sarebbe male cominciare a pensare ad una Wild Playlist, nevvero?

Cinzia tu che ne dici, e voi amici, any suggestions?

Intanto andiamoci ad ascoltare Wild Thing.



[Come tutte le altre rubriche ospiti qui a casa di Cindy, anche quella di Vero ha la sua playlist. Buon ascolto!]. 

mercoledì 27 gennaio 2016

Leggermente: Storia Piccola

Quando Elena mi ha mandato il Leggermente di questo mese mi ha avvisata: ci saranno lacrime. Non ho versato alcuna lacrima perché non ho letto il libro, ma la recensione di Elena, delicata, profonda, perfetta, come sempre mi mette voglia di correre in libreria a comperarlo, anche se vorrà dire commuoversi e piangere un po'. 

Buona lettura e grazie, come sempre, a Elena, che riempie questo blog di bellezza. 

[Con questa puntata, siamo esattamente a un anno di Leggermente, una rubrica che mi ha arricchita tantissimo, non solo dal punto di vista letterario, ma anche per quel che riguarda le suggestioni musicali. Per l'occasione, ho raccolto tutte le canzoni suggerite da Elena nei suoi post in questa playlist, che continuerò ad aggiornare con i prossimi Leggermente]. 


Sottotitolo: gli amici lo sanno.

Ho scritto per la prima volta di questo libro qui, al punto numero nove.
Poi ho condiviso sulla mia pagina una recensione che dice tutto quello che si deve sapere e me ne sono definitivamente innamorata.
Storia Piccola mi è stato regalato a Natale, l'ho scartato la sera del 23 Dicembre insieme a Vanessa, Eugenio, Marco, Manuela, Francesca, Luca, Andrea, Elisa, Cecilia, Gabriele, Martino e Adele. Sono i miei amici, che in realtà normalmente chiamo con un soprannome, e che mi conoscono così bene da andare sempre a colpo sicuro. Non sbagliano mai.


Questo libro illustrato è davvero una storia piccola, che racconta però la storia più grande che esista: la nascita di un essere umano, Beniamino. Sembrano esserci poche pagine, pochi colori, poche parole, ma ci sono in realtà moltissime pagine, moltissimi colori, moltissime parole. A guardare bene si incontrano il rosso mattone, il giallo ocra, il verde bosco, il bianco crema, l'azzurro chiaro, il blu cobalto, il verde oliva, il beige scuro, il grigio pallido, il rosa tenue, il verde acqua, il marrone bruciato, il carta da zucchero e chissà quanti ne sto dimenticando. 


L'ho letto la prima volta davanti a tutti... mi sono commossa. Allora, sperando di sortire lo stesso effetto, l'ho passato agli altri: beh, quasi tutti hanno versato una lacrima, tirato su col naso, inumidito gli occhi.

Perché, a parte i bellissimi disegni, Storia Piccola è parole. Sembra un frullato di poesie scritte per i bambini, ma pronte a toccare le corde più intime degli adulti. Io me la immagino, una mamma che legge seduta ai piedi del letto del suo piccolo nel dormiveglia e che si commuove così tanto da non riuscire a continuare.


Perché questo libro emoziona le persone non solo in quanto genitori, ma, soprattutto, in quanto figli. Non è detto che siamo tutti genitori di qualcuno ma è certo che siamo tutti figli, io per adesso ne sono un esempio perfetto. Le pagine che si susseguono, scandite dalle parole che Beniamino impara piano piano a pronunciare, facendole sue, raccontano la crescita di ognuno di noi. 


Non lo fanno però come in un libro per l'infanzia qualsiasi, lo fanno così:
"Passavano i giorni, collane di giorni.
E Beniamino cresceva e andava imparando
le cose. E le parole musica delle cose, e le parole
che fanno le cose".

Capite bene che così è poesia, così è scrittura che fa bene al cuore, al cervello e alla pancia contemporaneamente. Come un profumo.


Per questa ragione scegliere una citazione non è stato affatto semplice, anzi. Avrei potuto sbattervi qui l'ultima pagina, quella su cui tutti gli occhi hanno ceduto. Ma sarò giusta, non lo farò.
Vi scrivo però un piccolo brano che per me raccoglie il senso della vita, riassumendo come ogni cosa racchiuda il suo opposto e da esso venga continamente valorizzata:

E dopo, il freddo racconta la compagnia
del fuoco; il silenzio, la melodia dei violini;
un fiore, la filastrocca delle stagioni; il dentro,
il fuori; l'adesso, il dopo.

venerdì 22 gennaio 2016

Chiacchiere del venerdì

Foto Kris Atomic su Unsplash

Buongiorno, buon venerdì e bentornati al nostro momento di chiacchiere. Io sono una gran chiacchierona e quindi, ve lo confesso, non vedevo l'ora. Come state? Come sta andando questo gennaio? Fa freddo? Io sto abbastanza bene, gennaio è sempre un mese speciale perché c'è il mio compleanno, che è sempre un momento per farmi un bel po' di coccole

Lo scorso anno avevo festeggiato a Parigi con una cenetta in casa a base di vino, formaggi e pane fresco, quest'anno sono rimasta qui ma ho comunque trovato il modo di festeggiare in maniera speciale: ho fatto colazione al bar, una spesa veloce al mercato della terra, una lunghissima passeggiata al mare in una giornata così tersa da commuovere, ho pranzato con un aperitivo rinforzato, ho passato il pomeriggio a dormire per poi festeggiare alla sera con gli amici. Insomma, per stare bene non serve andare lontano, no? 

Comunque, veniamo a noi. Cosa avete fatto di bello in queste sere di gelo? Io ho guardato un bel po' di film e di documentari. 

- per quel che riguarda i documentari, di The True Cost vi ho già parlato nel mio ultimo post, quindi non sto a tediarvi ancora. Ho anche visto Happy, una riflessione delicata sui meccanismi che generano la felicità, che fa davvero pensare al modo in cui scegliamo di vivere la nostra vita. E poi ho visto This Was Tomorrow, un documentario su Tomorrowland, un festival di musica dance che si tiene ogni anno in Belgio e in alcune altre località nel mondo. Se amate quel genere di musica, vi esalterete come pochi.

- ovviamente ho visto anche qualche film. Ho visto Pride, probabilmente il film più bello che abbia visto quest'anno. Non so se lo ricordate, è di qualche anno fa, e parla della lotta di un gruppo di gay e lesbiche a sostegno dei minatori inglesi. Bellissimo. Poi ho visto Monsoon Wedding, che mi ha messo una grandissima voglia di comperare un biglietto per l'India e partire subito, Precious, uno dei film più drammatici e strazianti che abbia mai visto (meno male che il finale è a lieto fine, altrimenti non so se sarei sopravvissuta), e poi ho rivisto Fight Club, che non vedevo da anni, e mi son chiesta: "ma come ho fatto a scordarmi la meraviglia della scena finale, con Where Is My Mind? in sottofondo?". 

- ho iniziato l'anno alla grande leggendo la meravigliosa Simone De Beauvoir, scrittrice che adoravo quando stavo al liceo e che poi ho abbandonato. Perché, poi. Mah. Ho anche letto Un comunista in mutande, in cui Claudia Piñeiro racconta della sua infanzia in Argentina e di suo padre, e ora sto faticando con Philip Roth. Grande scrittore, eh, ma come mi capita con molti altri scrittori americani, inizio i suoi libri con il massimo entusiasmo e a metà vorrei buttarmi sotto un ponte. Ma tengo duro, ce la farò. (Lo so, è diritto del lettore non leggere un libro fino alla fine, ma io non riesco a mollarli lì). 

- potevo non parlarvi di YouTube? Ci sto come a casa, ormai. Le mie ultime scoperte sono Yoga With Adriene, un canale tutto dedicato allo yoga che propone anche una serie di percorsi quotidiani. Lei è fantastica e già solo la sua voce è terapeutica e rilassante. Visto che sono troppo pigra per uscire fuori al freddo e andare in palestra, magari riesco a fare yoga a casa per conto mio. Vi farò sapere. La mia passione del mese, però, è Andrea Dabene, una fotografa francese che vive - al momento - in Montana. Già il suo Instagram è fantastico, i video girati in mezzo alla natura sono oltre. 

- le belle scoperte del mese sono un sito che si chiama Every Noise At Once, che contiene una mappa di tutta la musica del mondo e che ho scoperto grazie alla newsletter Una cosa al giorno, che propone bellezza quotidiana. A proposito di newsletter, amo tantissimo quella di Lara dice no, una delle due menti dietro Peter & Wendy, marchio di cui sfoggio fieramente magliette e felpette: con cadenza assolutamente casuale, Lara scrive delle lettere, compilando una sorta di blog che ti arriva direttamente a casa. 

- la bellezza quotidiana è alimentata dalla tazza di Bowie di Pollaz, che mi sono regalata per Natale, e il calendario giornaliero di Flow Magazine. E' un calendario da scrivania di quelli che si strappano e ogni giorno c'è una piccola gioia. Mi fa felice. 

In tutto questo, la colonna sonora è sempre stata questa: