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lunedì 24 novembre 2014

The Future of Storytelling # 3: la mia ambientazione preferita

Non ci crederete (quasi non ci credo neppure io), ma sto continuando a seguire il corso sullo Storytelling. Devo dire che è diventato meno interessante perché sta approfondendo tematiche che a me non appassionano molto (i videogiochi, Dio se c'è qualcosa che mi annoia al mondo sono proprio loro). Ho comunque intenzione di arrivare fino alla fine, ecco magari saltellando qua e là. Come vi ho detto, le ultime due lezioni erano incentrate sui videogames e non credo di aver appreso molto, anzi mi sa che ho usato un po' troppo la funzione skip. Ma vabbè, non è questo il bello dei corsi online? Se ne può fruire come meglio si crede, no? E anche inventarsi dei compiti completamente diversi da quelli assegnati (no, beh, immaginare una storia per un videogioco? Io? No way, baby).


Così ho deciso che, avendo dichiarato che più delle storie amo i personaggi e le ambientazioni e avendo già parlato del mio personaggio preferito, non potevo proprio fare a meno di parlarvi dell'ambientazione che amo di più. Anche qui, easy as a breeze, la scelta è caduta sulla New York di You've got mail. Lo so, ognuno ha i propri riferimenti e i miei sono tutto tranne che intellettuali. Sono pop dentro, è più forte di me. Mi sono chiesta se non fosse molto più figo parlarvi della Parigi di Fiesta oppure della cupa Detroit di Middlesex, ma non sarei stata sincera. E un post ha senso solo se si è sinceri. Quindi New York sia (tra l'altro ne avevo già parlato anche in un post per Zelda was a writer, lo scorso anno. Credo che la mia passione rasenti l'ossessione, ehm).


Comunque, dicevamo, la New York di You've got mail, protagonista del film al pari di Tom Hanks e Meg Ryan.  Il film inizia con la telecamera che corre lungo le vie di New York per fermarsi davanti alla casa della protagonista, entra dalla finestra e inquadra un soggiorno, una scrivania e una libreria bianca piena di libri. Credete che esista un altro motivo per cui in casa mia c'è una libreria bianca alta fino al soffitto? No, appunto. L'ho vista lì, me ne sono innamorata e l'ho fatta mia. Con l'unica differenza che la mia è una Billy e non una vecchia libreria shabby chic, ma non stiamo troppo a insistere su dettagli, dai. A casa della protagonista c'è anche una meravigliosa cucina e giuro che per anni ho avuto un tavolo molto simile (in condizioni migliori, tra l'altro) abbandonato solo perché davvero troppo poco pratico, mannaggia.


Ma non c'è solo la casa della protagonista, ovviamente. Fuori da quella casa c'è New York, diamine! Si tratta della New York dell'Upper West Side, ricca e intellettuale, dove le persone fanno la spesa nei supermercati bio e organizzano party invitando scrittori e artisti. Su, confessate, non vi piacerebbe vivere in un posto così? Io, non mi vergogno a dirlo, sì. E poi su, dai, la protagonista del film ha una libreria e io cosa ho sognato di fare per anni? La libraia! Beh, se proprio vogliamo essere sinceri, devo confessare che lo sogno ancora adesso, ma per il momento è un desiderio più irrealizzabile di quello di diventare Beyoncé. La voglia di fare la libraia non mi è nata grazie a questo film, ma il desiderio di avere una libreria identica a quella del film, quello sì (che poi non è mica di grande auspicio, perché fallisce ed è costretta a chiudere).


Ed è proprio grazie a questo film che ho conosciuto Starbucks, un piccolo angolo di paradiso a noi purtroppo negato, piccoli provinciali del mondo. Un posto dove puoi stare ore, su poltrone comode, bevendo un caffè e facendoti i fatti tuoi. Senza che nessuno venga a romperti le scatole. Con musica in sottofondo, la connessione wifi e la gente che non urla. A New York c'è un posto così a ogni angolo, ha un senso non amarla?


E poi si tratta della New York che si veste a festa in autunno, scegliendo i colori migliori per gli alberi di Central Park e degli altri giardini della città. Del resto, lo dice anche Tom Hanks: "Don't you just love New York in the fall? Makes me wanna buy school supplies. I would send you a bouquet of newly sharpened pencils if I knew your name and address". La New York delle panchine al parco, delle lucine colorate appese tutto l'anno e dei negozietti vecchio stile. La perfezione, insomma. Che vi devo dire, me la tiro da rocker incazzata con il mondo, ma in fondo sono una gran romanticona. 

lunedì 19 maggio 2014

The Future of Storytelling # 2: il mio personaggio preferito

Il corso sul futuro dello storytelling continua, seguo le lezioni religiosamente e vado avanti con i compiti. Ma li faccio a modo mio, ovviamente. Eh lo so, dico una cosa, ne faccio un'altra, prendo una decisione, cambio idea, la ricambio e in tutto questo mi diverto. Sono felice della mia piccola follia. Comunque, come vi dicevo, ho deciso di fare i compiti a modo mio. Con il passare delle lezioni, le cose da fare diventano sempre più specifiche e legate al corso e credo possano essere molto noiose se condivise qui (potevi farle e non condividerle direte voi. Giusto. Non ci avevo pensato. E vabbè, ormai va così) e quindi ho deciso di cambiare un po'. Il secondo compito richiedeva di preparare una scheda del proprio personaggio preferito, io ho deciso semplicemente di provare a raccontarvelo.


Se, come vi raccontavo nel mio post scorso, mi sono tormentata nel cercare la mia storia preferita, fallendo miseramente, nello scegliere il mio personaggio preferito non ho avuto il minimo dubbio: Lorelai Gilmore. Sarò estremamente banale e molto pop, ma la amo alla follia e credo sinceramente sia impossibile non farlo. I-m-p-o-s-s-i-b-i-l-e. La conoscete vero? Lorelai è la protagonista della serie Gilmore Girls, conosciuta in Italia come Una mamma per amica. Ovviamente possiedo l'intera serie in DVD e la considero un po' la mia Bibbia (più dell'autobiografia di Morrissey, per dire). Dentro c'è tutto quello che serve nella vita e, se la serie è così perfetta, è certo grazie alla perfetta scelta dei personaggi, all'ambientazione, ai dialoghi, ma buona parte del merito va a lei: la regina della battuta fulminante, una donna bellissima dotata di un sense of humour geniale, l'amica che tutti vorrebbero avere. 



Lei è quella capace di organizzarti una festa fuori di testa, quella che conosce a memoria i testi dei Metallica ma sa anche come camminare alla perfezione sui tacchi, quella che non rifiuta mai il secondo giro di birra, la decima tazza di caffè, un cinese da asporto dopo una pizza ai quattro formaggi e un cesto di popcorn affogati nel burro. Quella che non ti giudica se fai le cazzate, perché lei probabilmente le fa più grosse di te, quella che rende divertente una serata sul divano a guardare per la centesima volta È nata una stella, quella con cui vorresti passare ogni minuto libero della tua giornata. 



E lo vogliamo dire che lei è la mamma che tutte noi, segretamente, vorremmo aver avuto quando eravamo adolescenti? Io ho avuto una mamma molto vecchio stile, che certo non mi avrebbe portato a vedere le Bangles in concerto (cosa che avrei adorato, tra l'altro), né mi avrebbe portata ad Atlantic City per festeggiare i miei ventuno anni e sicuramente non sarebbe venuta con me a girare per l'Europa con lo zaino in spalla. Sicuramente. E altrettanto sicuramente non mi avrebbe fatto passare la tristezza a suon di hamburger e litri di caffè. Peccato, perché poi certe trasgressioni dell'infanzia ti rimangono nel cuore per sempre, come quando mia mamma mi permetteva di cenare sul divano guardando i Muppets (un evento talmente epocale che me lo ricordo ancora, a distanza di trent'anni).


Lorelai conosce il potere terapeutico dello shopping, di una nevicata inaspettata e di un sano, sanissimo junk food. Insomma, Lorelai Gilmore è talmente tanto che non so come descrivervela, ma fortunatamente c'è Tumblr e milioni di blog dedicati a lei. Io ho scelto questo. 

E voi, ditemi, avete un personaggio preferito?

mercoledì 7 maggio 2014

The Future of Storytelling # 1: la mia storia preferita

(foto awelltraveledwoman.tumblr.com)

Bene, bene, come vi dicevo la volta scorsa, ho seguito con grandissimo entusiasmo la prima unità del corso online The Future of Storytelling. Ho ascoltato tutte le lezioni, ho guardato il materiale aggiuntivo (si parlava del film Memento, per parlare della linearità del racconto, l'avete mai visto?), ho letto contributi e riflessioni degli altri studenti e mi sono apprestata ad eseguire il mio primo compito "a casa". Piena di aspettativa, sorriso sulle labbra, apro il quadernino e mi appresto a prendere appunti in merito al tema del compito: raccontate brevemente qual è la vostra storia preferita e perché.

Uh, bene, figo, leggo un sacco di libri, se mettessi in fila tutti i libri che ho letto da quando ho imparato a farlo, credo potrei arrivare fino in Sicilia, vedo molti film, leggo fumetti, facile. Bene, la mia storia preferita è...vuoto totale. No, beh, ma è impossibile, ma come? Ci penso mentre sono fuori col cane, il mio momento di meditazione preferito, e non mi viene in mente neppure una sola storia degna di nota. Torno a casa, guardo la libreria e non mi sovviene nessuna trama che valga la pena ricordare come la più bella di questo mondo. Do un'occhiata veloce alla mia collezione di DVD e niente, niente di niente. Cerco nella memoria, ci sarà per forza una storia di famiglia che si racconta sempre, dai. No, non c'è. Nella mia mente non ci sono storie. Anni di parole, letture, immagini, canzoni e neppure una storia. Ossia, certo, tante storie ma nessuna che reputi così importante da essere "la mia preferita".

Ci penso per giorni, mi torturo perché non mi va di arrendermi al primo compito assegnato (va bene che gestisco bene i fallimenti, ma a tutto c'è un limite), cerco in ogni modo di arrivare a una soluzione finché, improvvisamente, capisco dove sta il problema. Il fatto è che me ne è sempre fregato piuttosto poco delle storie, perché io amo i personaggi. Sono i personaggi a prendermi il cuore e mi fanno scordare la storia. Quindi se mi chiedete dei miei libri preferiti, vi racconterò di Elizabeth Bennet, del cane epilettico di Malaussène, di quel gran signore di Dick Diver oppure, se parliamo di cinema, non esiterò a dirvi di quanto ami Beatrix Kiddo o di come conosca alla perfezione Kathleen Kelly, quello che ama, quello che desidera e le cose che odia.

Per non parlare delle ambientazioni. Ah, la Parigi della trilogia di Katherine Pancol, la Milano anni '50 di Scerbanenco, ne ricordo le strade, il traffico, la nebbia, pur senza mai esserci stata, in quella Milano lì. E che dire dei profumi di Haifa, ne l'Amante di Yehoshua? E la luce della Marsiglia di Izzo? Ricordo i tavolini del bar del Vieux Port ed è come se mi ci fossi fermata anche io, insieme a Montale. O la Tokyo notturna di Lost in Translation, la Miami di Dexter, l'inesistente Stars Hollow di Gilmore Girls. Ma niente, mi dispiace, non posso dirvi della mia storia preferita. Non ho una storia preferita, ho un mondo intero popolato di personaggi e luoghi amati e vissuti come fossero miei. Quindi sono giunta alla conclusione che do poca importanza alle storie, ma seguo un corso che si chiama The Future of Storytelling. Le contraddizioni non mi spaventano, non c'è che dire. 

E voi? Ditemi che non siete come me, qual è la vostra storia preferita?

mercoledì 9 aprile 2014

The Future of Storytelling


Sono più che sicura che il 2014, qui a casa di Cindy, verrà ricordato come l'anno dei corsi online. Mi sono iscritta a corsi di ogni tipo, dalla storia della musica dei Beatles all'arte di Andy Warhol, dalle basi di Scienza della Comunicazione a English Composition I. E a molti altri, ve lo confesso. Spero solo che la quotidianità non mi risucchi e mi permetta di seguirli. Sarebbe davvero un peccato. Là fuori c'è così tanto da imparare, così tante ispirazioni, così tanta bellezza che mi pare un delitto doversi dedicare ad altro (certo, bisogna mangiare, ma non sarebbe bellissimo essere ricche ereditiere e passare il tempo a fare solo quello che si desidera? Poco stimolante? Sì, sì, parliamone). 

Il primo corso a cui mi sono iscritta, ancora lo scorso anno, è stato The Future of Storytelling, un corso dedicato alle forme e alle modalità di storytelling, in letteratura, cinema, televisione e altri campi. Il corso è tenuto dalla Facoltà di Applied Sciences di Potsdam, sulla piattaforma Iversity ed è realizzato in modalità MOOC, ossia aperta a tutti. Si trattava di un corso gratuito, erogato unicamente via web, che ha coinvolto migliaia di persone. Io ho seguito la prima unità di lezioni, mi sono entusiasmata alla vista della quantità di materiale messo a disposizione e dell'enorme mole di lavoro condivisa gratuitamente, poi sono stata travolta da una montagna di traduzioni da fare e me ne sono scordata.

Nel frattempo il corso è andato avanti ed è finito. Le lezioni sono ancora presenti online e piano piano me le sono riguardate, saltellando qua e là tra le unità, cercando di convincermi ad abbandonare il corso senza troppi rimpianti. Ma il materiale è talmente tanto, i contributi di docenti e studenti sono così interessanti che non posso proprio lasciarmelo scappare. E quindi ho ricominciato, con la ferma intenzione di condividere i compiti qui, con voi, come se ve li stessi raccontando davanti a una tazza di tè. Io lo prendo come uno stimolo ad andare avanti nel corso, voi abbiate pazienza. Se cliccate in alto a destra e chiudete il blog, giuro che non mi offendo. Basta che ritorniate, eh. Vi prego. Dai, non fate scherzi. Promesso, eh?