Visualizzazione post con etichetta Genova. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Genova. Mostra tutti i post

mercoledì 11 marzo 2015

Leggermente: Vedere il giorno

Buon mercoledì e buona lettura insieme a Elena e al suo Leggermente. 

Per il libro di oggi non serve alcun video. Sarebbe bellissimo se, come me, poteste sfogliarlo ascoltando Aventine, l'intero album della mia adorata Agnes Obel. Ad ogni modo la canzone che gli si addice di più trovo sia questa.



La prima volta che l'ho visto stavo vagando tra gli scaffali della Libreria Rizzoli, in Galleria a Milano. Fuori pioveva e io ero reduce dalla mostra fotografica di Bonatti, pronta a spararmi anche quella di Segantini, stracolma di visitatori.
Ne scrissi qui appena rientrata a casa, un po' pentita di essermi lasciata intimorire dalla pioggia e di non averlo comprato. Prevedevo già che avrei raccontato la nostra storia A Casa di Cindy, perché tra me e questo libro di storia indubbiamente si tratta.
Come un bel paio di occhi incrociati sulla metro e lasciati lì, perché bisogna scendere.
Tornata a Genova mi sono precipitata da Feltrinelli, "Non lo teniamo, è di una casa editrice troppo piccola". Addio.
Ho pensato che forse da L'Amico Ritrovato, bellissima libreria del centro storico a cui tutti (me compresa) sono affezionati, avrebbero per lo meno potuto ordinarmelo...e così è andata.



Mica facile però.
Alla prima e-mail gli editori non hanno risposto.
Sono tornata all'attacco e abbiamo provato a telefonare: Timpetill infatti non è solo una Casa Editrice (piccola sì, ma con pubblicazioni bellissime), è pure una libreria. Quindi pare che "Certo, lo spediremo subito". Passano i giorni. Troppi. Finché Fabio, il libraio, mi scrive che li ha sentiti e che stavolta sì, stavolta davvero, il mio libro è partito.
E qualche giorno dopo il mio libro è arrivato, portando con sé il catalogo della Casa Editrice, pieno di meraviglie.
Sono andata a prenderlo una mattina e, pur conoscendolo a memoria, l'ho risfogliato mille volte seduta sul tappeto. 
Non ho ancora scritto come si intitola, questo spettacolo. Si chiama Vedere il giorno.



E' un pop-up per adulti, almeno a me piace definirlo così, anche se l'autrice (Emma Giuliani) magari lo ha pensato per grandi e piccini, e tutto sommato perché no.
Ogni pagina nasconde un'interazione, semplice ma mozzafiato. Il bianco e nero, ma anche i colori, che più saturi non si può. Sagome, tagli netti, curve, mandorle, petali, profili, steli e una coccinella.
Sotto ogni scena una frase che costruisce con la precedente e la successiva una sorta di poesia, una specie di accompagnamento alla vita, pagina dopo pagina.
Fotografarlo è stato difficile perché è un libro ovviamente molto tattile, ma non solo, Vedere il giorno è un libro intimo che sono sicura arrivi al cuore di chiunque abbia voglia aprirlo.
Cercatelo. Apritelo. E vedete il giorno.


P.S. Per quanto riguarda la citazione vi basti quest'ultima foto. Avete mai letto nulla di più semplice e complicato allo stesso tempo?

Un ringraziamento speciale alla Casa Editrice Timpetill che mi ha spedito il libro e alla Libreria L'Amico Ritrovato che lo ha custodito per me.

mercoledì 5 novembre 2014

Il dolce del cuore: Fabiana

Il dolce di oggi lo porta Fabiana, un'affezionata lettrice del blog e blogger a sua volta, su A spasso con Fabienne, storia di una genovese esiliata a Milano per amore (adoro questa definizione). Non ho potuto assaggiare neppure questa torta, mannaggia a me e al mio maledetto colesterolo, quindi - voi che potete - mangiatene un pezzettino anche per me! E, se avete voglia, perché non mi mandate il vostro dolce del cuore? :-)


Ciao Cindy, avrei tante ricette da condividere in questa tua nuova ed interessante rubrica. Amo fare i dolci quasi più che mangiarli. Ad ognuna delle "mie" ricette ben riuscite dedico un bel ricordo: un momento in famiglia, un viaggio, delle chiacchere con le amiche. Mi piacerebbe quindi raccortarti una ricetta golosa: la mia prima torta fatta da sola. 
Si tratta della iper calorica Torta di Mars. Ricordo e sapore legato alla mia adolescenza. Vissuta, come tutti ma forse un pò di più degli altri, in modo burrascoso e ribelle. Una ragazzetta pelle e ossa con i capelli a spazzola che trovava sollievo solo nelle serate tra amiche piene di chiacchere, risate e tanti "paciughi".
Ti racconto quindi questa torta semplicissima, buona e gustosa! Imparata da un'amica, all'epoca cosi importante e oggi quasi dimenticata, riproposta diverse volte per la sorellina golosa, per altri amici, fidanzati..etc!
Spero ti piaccia.

Torta di Mars

200gr di Riso soffiato (tipo Rice Krispies)
7 barrete di Mars (circa 300gr)
80 gr di burro

Ricoprire una teglia, meglio se a cerniera, di carta da forno. Sciogliere in una casseruola il burro e i mars tagliati a tocchetti. Una volta sciolto versare il composto in una ciotola insieme al riso soffiato. Mescolare velocemete e rovesciare l'impasto nella teglia. Livellare per bene e mettere in frigo per almeno un'ora. Una volta pronta togliere dalla teglia, tagliare a pezzettoni e gustare :-)

lunedì 13 ottobre 2014

Tea for Two

Bentornata, Daria. 


Si fa un gran parlare di Frida Kahlo, in questo periodo, e della mostra a lei dedicata a Genova.
Donna tosta e sofferente, come la città che la ospita e a cui non possiamo non pensare in un momento per lei così atroce.
Ma, onde evitare di cadere nella retorica o nelle polemiche, che ritengo giusto e rispettoso lasciare ai zenesi, non parlerò della Superba. E’ talmente grosso e tremendo e ingiusto tutto ciò che sta attraversando da farmi sembrare inopportuno qualsiasi commento.   

Per cui, partendo da Frida Kahlo e da quello che rappresenta per i suoi innamorati, vorrei parlare di un’altra gran donna che ho nel cuore e per la quale ho sempre nutrito un amore viscerale e spontaneo (che invece non mi è mai esploso per Frida Kahlo, della quale devo dire so molto poco).
Ne voglio parlare perché all’ennesima frase su Frida Kahlo del tipo “la trasposizione della vita nell’arte”, oltre a venirmi il prurito (che credo sarebbe venuto anche a Frida Kahlo), ho ripensato alla vita di questo miracolo della natura che si chiama Edith Piaf.


Il film a lei dedicato è uno di quelli che guarderei mille volte. Ed è uno di quelli che mi fanno sempre piangere. Di commozione, di emozione per quella voce incredibile, per quel modo di stare sul palco e muovere le mani, per la sua irriverenza, la sua disobbedienza, la sua sregolatezza, il suo restare a testa alta fino alla fine, quel suo “non rimpiangere nulla” che cantava con tanto orgoglio sfidando il palcoscenico anche quando le proibivano di cantare.
Lei, con quel suo vestitino scuro e castigato, cantando praticamente immobile su un palco semibuio, faceva spettacolo con la sua stessa voce. “Solo” con quella.

“Voglio far piangere la gente anche quando non capisce le mie parole”, diceva.
Con me ci sei riuscita, Edith Piaf. 
E La Foule è uno dei miei pezzi preferiti perché mi strugge, mi stropiccia l’anima fino a farmi venire il nodo in gola e al contempo, sulla scia del ritornello, mi diverte e mi fa venire voglia di essere sfacciata e impertinente. Mi genera una moltitudine di stati d’animo molto diversi tra loro e tutto questo solamente con l’incanto della sua voce.

In questo anniversario del 10 ottobre, non voglio parlare del suo dolore, delle difficoltà della sua vita. 
A me piace sorridere pensando a Edith Piaf, ricordandola sfrontata e irriverente come solo lei poteva permettersi di essere.
Come nella scena del film in cui il medico, visitandola, le dice: 
“Dovreste annullare questo concerto, Signora Piaf. State giocando con la vostra vita”.
E lei beffarda: “E allora? Bisogna pur giocare con qualcosa”.


lunedì 28 luglio 2014

Intervista a Chiara di L'enfant terrible Zazie

Quando ho scoperto le creazioni di L'enfant terrible Zazie, è stato letteralmente amore a prima vista. Mi ha colpito la particolarità delle creazioni, così diverse da tutto quello che avevo visto prima, e l'immaginario che le nutriva, così incredibilmente vicino al mio. Zazie è una linea di spille e collane realizzate assemblando pezzi vintage, ispirate a vecchie cartoline, immagini d'epoca e tutto un mondo magico fatto di circo, cosmonauti, fate e marinai. Morivo dalla voglia di intervistare la creatrice di tanta meraviglia, prima ancora del progetto per A little market, e sono davvero felice di averlo fatto. Eccovela! 


Ciao cara. Hai voglia di raccontarci qualcosa su di te?
Ciao, ti ringrazio per l'interesse nei confronti del progetto Zazie. Io sono Chiara, sono nata e vivo a Genova e da più di un anno ho scoperto questo mio interesse per i bijoux, che si fonde col mio desiderio di raccontare delle storie. Ogni pezzo, ogni serie che creo ne suggerisce una. O almeno questo mi propongo di fare. Mi piace l'idea di fare entrare le persone in un mondo ben preciso, che è il mio mondo. 

Chi è Zazie? Sei tu l’enfant terrible che dà il nome alla tua linea di bijoux?
Zazie è la bimba di “Zazie dans le metro”, il romanzo di Queneau. Ho scelto questo pseudonimo perché l'idea era quella di creare una linea di bijoux che fosse ironica, impertinente e giocosa allo stesso tempo. Una linea per bambine impertinenti di tutte le età.


Come è nata la tua passione per i bijoux? Hai altre passioni creative?
La mia passione per i bijoux è nata un po' per caso. Ho cominciato realizzando orecchini, ma era una dimensione che non mi apparteneva molto. Le collane rispondono alla mia volontà, come ho detto, di raccontare delle storie e mi piace comporle sulla catena, ciondolo dopo ciondolo, simbolo dopo simbolo. E' una sfida divertente e appassionante. Ho attraversato varie fasi creative. Il disegno, la fotografia, la grafica e poi sono approdata a Zazie, che raccoglie insieme un po' tutto. 

La cosa che più mi ha colpito dei tuoi bijoux è l’immaginario da cui nascono: vecchie foto e cartoline, il circo d’altri tempi, i cosmonauti, tutto un mondo vintage di grandissimo fascino. Come mai questo mondo d’una volta?  E quali altri elementi nutrono la tua creatività?
Il percorso è stato abbastanza naturale. Ho sempre avuto una grande passione per il vintage, i mercatini e le fiere. E ho sempre raccolto oggetti, i più curiosi, immagini d'epoca, mi sono sempre documentata sul loro uso, sullo sfondo in cui si collocavano. E quando ho deciso di cominciare ad esprimermi l'ho fatto a partire da questo. La mia creatività, comunque, si nutre un po' di tutto. Sono tante le cose che mi affascinano. 


Hai un sogno legato alla tua linea di bijoux? Cosa immagini per il suo futuro? 
Ho iniziato questo progetto come un gioco e come un bisogno di esprimermi. Da allora ho avuto parecchi riscontri, ma mi piacerebbe continuare a lavorare con lo stesso spirito. Non so bene come immaginare il mio futuro, per ora mi diverto e cerco di lasciarmi ispirare con semplicità.  

E infine, la domanda di rito: quali sono le tue creatrici preferite su A little market?
Ci sono tantissime creative bravissime su A little market. Rispondere a questa domanda è molto difficile. Provo a fare qualche nome ma ne rimarranno sicuramente fuori altri. Ci sono due creative genovesi come me che sono Le T – Artigianato Artistico e FG Bijoux, Passato di Baccelli,  Madebyeleonora con le sue collane coloratissime dipinte a mano, le ragazze di Cri Cri de coeur, Creoergosum-handmade e le stampe de La casa a pois. 


mercoledì 14 maggio 2014

La Storia in Piazza. Mostre fotografiche a Palazzo Ducale

Vi capita mai di essere in un posto, stare facendo qualcosa e sentirvi così felici di essere lì, in quel momento, godervi quello che vi sta capitando così tanto da volerlo urlare? Beh, a me succede spesso, fortunatamente, senza dubbio a tutti i concerti a cui vado, oppure la prima volta dell'anno in cui mi tuffo in acqua, esco e guardo in su, solo cielo e mare intorno e mi succede sicuramente quando leggo certi libri, certi brani così perfetti da farti venire in brividi dall'emozione. Ed è anche quello che mi è successo qualche giorno fa, visitando queste due mostre fotografiche. 

Si tratta de La Spoon River contadina, dedicata alla realtà descritta da Nuto Revelli nel libro Il mondo dei vinti, e di 1936 - USA, Fuga dalla fame, che in qualche modo richiama Furore di John Steinbeck. Potevo non perdermi queste esposizioni, così legate a due libri che ho amato alla follia? Ho fatto di tutto per non farlo, mi sono trascinata a Genova reduce da un'influenza epocale e sono felice di averlo fatto. Entusiasta. Da salti di gioia, appunto. 


Il percorso di visita si apre con la mostra dedicata alla Grande Depressione americana, che raccoglie immagini commissionate dal governo degli USA per testimoniare lo stato di prostrazione in cui si trovavano all'epoca i contadini americani. Alcuni fotografi, tra cui Dorothea Lange, hanno girato in lungo e in largo il Midwest americano ritraendo immagini di vita quotidiana: contadini in fuga dalle campagne verso la terra promessa californiana, latifondisti e braccianti di colore, persone in fila a elemosinare un po' di minestra, frotte di bambini cenciosi, vecchi dai volti rugosi e poi gli occhi, quegli occhi, addolorati, stanchi, disillusi. In quegli occhi credo di aver visto anch'io il fantasma di Tom Joad. 


E, passando da una foto all'altra, ho ripercorso con lui il viaggio dall'Okhlahoma alla California. Prima sul furgone, poi a piedi, sotto una tenda improvvisata, in un campeggio di fortuna, lungo le strade polverose, insieme alla famiglia, un lungo viaggio di speranza dove la speranza è l'unica cosa che aiuta a mettere in fila i passi e a superare le difficoltà. E negli occhi di un bracciante e della moglie, occhi liquidi, vicini al pianto, sfiniti, rivolti verso il vuoto, ho visto quelli di Tom all'arrivo in California, una terra ben diversa dall'Eden tanto sognato. 


Dalla serie di fotografie dedicate alla tragedia dei contadini americani, si passa a quelle che ritraggono i contadini di casa nostra. Il mondo dei vinti di Nuto Revelli, un libro toccante e prezioso, è una raccolta di testimonianze di contadini delle montagne e delle campagne cuneesi. Dipinge un mondo duro, spietato, fatto di fame nera e povertà inimmaginabile. E quel mondo, i suoi protagonisti, vengono ritratti da Bruno Murialdo e Paola Agosti nelle foto che sono esposte in mostra. 


Le immagini sono più familiari, soprattutto per chi, come me, affonda le radici in quel mondo (molte delle foto appese sono identiche, cambiando i soggetti, a quelle conservate nelle scatole di latta in casa di mia nonna), ma la sofferenza è identica a quella che si coglie nei volti dei contadini americani. Le stesse rughe, la stessa stanchezza, lo stesso smarrimento. Volti dai lineamenti diversi, appartenenti a una cultura diversa, a migliaia di chilometri di distanza, che vivono la stessa esperienza di straniamento. Un mondo che cambia, radicalmente, lasciando i protagonisti indifesi e abbandonati.

lunedì 5 maggio 2014

Le cose belle del mese: Aprile


L'evidenza del fatto che sto invecchiando alla velocità della luce è che qui i mesi mi scappano senza nemmeno che me ne accorga, mannaggia a me. Mi guardo indietro e aprile se n'è andato in un soffio, lasciandomi in regalo un'influenza epica (io non sto mai male, quando mi capita è un evento epocale) e una spossatezza senza eguali. Ho deciso che voglio stare bene, che voglio affrontare maggio con l'energia e il piglio di una ventenne, ma la realtà è che mi sento una vecchia senza speranza. Anzi, se avete qualche rimedio per problemi del genere, suggerite please. Detto questo, passiamo senza indugi alle cose belle del mese di aprile, che poi ripensandoci bene non sono mica poche.

Project 10 Books
Chi l'avrebbe mai detto? Questo progetto di lettura di 10 libri accumulati in casa senza poterne comperare di nuovi sta procedendo. Ho scoperto di avere libri meravigliosi che avrei voluto leggere prima e altri che ho capito perché non avessi mai preso in mano. Alcuni sono finiti nello scaffale dei preferiti, altri li ho subito regalati, in ogni caso ho fatto spazio ai nuovi arrivi e sono felice. Ho quasi finito il settimo libro e sento che ormai posso arrivare a completare l'impresa senza problemi. Complimenti e pacche sulle spalle, non fosse che la mia lista dei desideri credo stia mettendo a dura prova la tenuta dei server di Amazon. 

Grand Budapest Hotel
Come sa chi mi segue su facebook (a proposito, mi seguite su facebook?), qualche giorno fa ho visto questo film e sono caduta preda di un amore folle. Si tratta di un film dolceamaro, divertente, allegro, crudo, folle, visionario, che ho visto dall'inizio alla fine con un sorriso ebete in viso. Se poi siete appassionati di palette di colori, c'è da impazzire. Ho adorato questo film, mi rimane però sempre la solita domanda: perché in ogni film di Wes Anderson muore un cane o gatto in maniera cruenta? E non sono l'unica che se lo chiede.  

Suck it and see - Arctic Monkeys
Sapete che amo la musica, senza non potrei stare...bla, bla, bla. Giusto? Bene, io ascolto molta musica ma tendo ad essere piuttosto monotematica. Ascolto un po' sempre le stesse cose, a rotazione, e consumo gli album di cui sono innamorata. Non mi era mai capitato, però, di entrare in fissa con una sola canzone e ascoltarla più volte al giorno. Sempre la stessa. On repeat. M'è successo con questa canzone qui e soprattutto con la frase: I poured my aching heart into a pop song, I couldn't get the hang of poetry. Non ne sono ancora uscita. 

My#Selfie
Ho una passione matta per i gioielli un po' particolari e, quando ho visto le My#Selfie, sono corsa subito a ordinarne una. Di cosa di tratta? Sono mollette vintage trasformate in signorine colorate, che diventano bellissime collane. Si possono avere personalizzate, a propria immagine e somiglianza oppure sceglierne già pronte (quelle dedicate alle eroine sono favolose). Io l'ho ordinata con entusiasmo e, vi giuro, è stato uno degli acquisti che mi hanno resa più felice negli ultimi tempi. Se poi vi piace il DIY e avete un'animo creativo, vi consiglio di seguire il blog di Rita, la creatrice delle My#Selfie: è una fucina di idee! 

Il brunch alla Marescotti
Aprile è stato un mese costellato di festività, ponti, vacanze e quant'altro. Il giorno di Pasquetta, con il mio solito gruppo di amici, senza un programma preciso, un po' intimiditi dal tempo incerto ma con la voglia di goderci la giornata, siamo partiti alla volta di Genova. Come sempre mi capita, arrivati a destinazione, parcheggiata la macchina, mi è partita la fame chimica. Fortunatamente i miei amici sono un po' come me e non si tirano mai indietro davanti alla prospettiva di mangiare, quindi giusto il tempo di arrivare alla Marescotti ed eravamo già seduti a tavola. C'era il brunch di Pasquetta, con i pancakes più buoni del mondo e un sacco di altre delizie. Abbiamo passato due ore di assoluto godimento e relax, a chiacchierare e a star bene, un ottimo modo di festeggiare. No?

Kill Bill 1 e 2
Ultimamente mi nutro unicamente di serie tv (sto facendo uno strano mix tra Dexter, Breaking Bad, Game of Thrones e Heroes, credo che comincerò a fare seriamente confusione) e, nelle pause tra un cofanetto e l'altro, do un'occhiata alla TV per vedere se c'è qualcosa di interessante. Solitamente no, ma qualche tempo fa ho avuto la fortuna di ribeccarmi Beatrix Kiddo e le sue scarpe gialle. Dio, che meraviglia. Quel film, quelle scene, quella donna. Quanto la amo.

Lo smalto turchese
Un giorno, improvvisamente, ho capito che dovevo possedere uno smalto turchese. E, dopo aver passato ore davanti allo scaffale di Essie (soprattutto a leggere i nomi degli smalti, vorrei conoscere colui o colei che li decide per stringerlo in un abbraccio e professare tutta la mia ammirazione), alla fine ho scelto Mint Candy Apple e sono felice. Anche se Bikini So Teeny mi tentava molto, devo confessarlo. 

mercoledì 5 febbraio 2014

Robert Doisneau. Paris en liberté


Qualche giorno fa sono andata a Parigi. In realtà ho fatto prestissimo, mi è bastato andare a Genova, comperare un biglietto per la mostra Paris en liberté, varcare la soglia e trovarmi immediatamente catapultata nella capitale francese. E ho fatto anche un viaggio nel tempo, perché la Parigi che ho visitato era quella degli anni '40, poi quella degli anni '50 e così via, fino ad arrivare quasi ai giorni nostri. Un viaggio nello spazio e nel tempo senza quasi muovermi da casa. È per magie come queste che adoro così tanto andare alle mostre fotografiche: un attimo prima cammini per le strade che conosci così bene, circondata da profumi, voci e immagini a noi familiari, un attimo dopo sei trasportata in un mondo nuovo, diverso, entusiasmante. 


Chi mi legge da tempo sa che amo visitare le mostre da sola, nel silenzio, circondata solo dalle opere in esposizione. Anche per questa mostra avevo fatto in modo di essere da sola, sono entrata prestissimo, poco dopo l'apertura, in modo da evitare la folla. La sala era vuota, c'era un silenzio perfetto e ho cominciato a guardare le foto. Ma c'era qualcosa che non andava, una sorta di stonatura. Non capivo cosa fosse, finché non è arrivato un gruppo di studentesse in gita. In un attimo hanno riempito la sala, con movimenti, profumi, voci sussurrate e chiacchiericcio soffocato. Normalmente la cosa mi avrebbe dato fastidio, questa volta invece era esattamente quello che mancava. Sì, perché questa è una mostra che inneggia alla vita, alla gioia, condita da risate, voci, rumori e allegria. Non la si può guardare in silenzio. 


Del resto, è stato lo stesso Doisneau a dire: "Il mondo che cercavo di mostrare era quello in cui mi sarei trovato bene, abitato da persone cordiali e colmo della tenerezza che bramo. Le mie foto costituivano una prova della possibile esistenza di quel mondo". E le foto in mostra non sono altro che una testimonianza di questo pensiero. Ci sono sorrisi, divertimento, allegria. C'è tutta la clientela di un bar che si ferma ad ascoltare una fisarmonicista dallo sguardo ammaliante. C'è Coco il matto, che va in giro con il suo pappagallo e ti guarda con i suoi occhi vispi. Ci sono gli sconosciuti incontrati per strada, ma anche una lunga serie di personaggi famosi. C'è Marguerite Duras, che accenna un sorriso seduta al tavolino di un bar, c'è Simenon con la pipa in bocca, Orson Welles che se la ride e Giacometti, che sembra quasi divorare la macchina fotografica, con il suo sguardo penetrante.


Doisneau doveva essere un tipo davvero simpatico, perché tutti i suoi soggetti sembrano essere divertiti e a proprio agio. Rilassati, tranquilli, si offrono con fiducia al fotografo che li ritrae. Doisneau li ama profondamente. E ama soprattutto le persone comuni, i passanti, i negozianti, i clochard, le persone che popolano la Parigi più vera. Li ama così tanto da sentirsi in colpa quando va a lavorare per Vogue. Sente di tradirli, sente la loro mancanza così profondamente da andarli a cercare dopo il lavoro al giornale. Per notti intere gira i locali della città alla ricerca di personaggi bizzarri, della cartomante, del pittore straccivendolo, dell'ammiraglio che colleziona "cose che brillano". Sono queste persone che costituiscono il cuore di Parigi, quello a cui Doisneau rimarrà legato per tutta la vita.


Come ho già detto, tutta la mostra è un inno alla vita, alla sua bellezza e alla sua gioia. Ma la mostra è anche venata di nostalgia, la malinconia verso un passato che non torna più, verso una città che cambia e che non sarà più quella che si è conosciuta. Questa nostalgia emerge nella serie dedicata al mercato de Les Halles: Doisneau amava tantissimo questo luogo, tanto da dedicargli più di 150 scatti. Riteneva che fosse un luogo che univa tutti i parigini, straccioni e miliardari, suore e ubriaconi, commercianti e artisti, in una grande comunione democratica. Gli scatti che ritraggono l'abbattimento del mercato e l'enorme buco lasciato dalla sua distruzione sono tra gli scatti più tristi della mostra e colpiscono per il loro silenzio, contrapposto alla vivacità delle immagini del mercato in piena attività.



Ma Doisneau ama sorridere e si torna subito all'allegria con la serie dedicata alla vetrina di Romi: l'intuizione geniale del fotografo di accomodarsi dietro la vetrina di un antiquario che espone un quadro di nudo, scattando foto ai passanti. C'è la donna con gli occhi spalancati e la bocca aperta, colta di sorpresa, c'è il giovane che sorride divertito, ci sono gli sguardi di curiosità, disapprovazione, stupore. C'è la coppia, lei che distoglie lo sguardo e lui che dà un'occhiata al quadro cercando di non farsi vedere. C'è l'imbarazzo della donna che guarda il quadro e si tocca i capelli, quasi a nascondere il viso. Una serie di sguardi meravigliosi. Puro divertimento e arte vera.


La celebrazione della vita continua e raggiunge il suo massimo in una sala dedicata interamente a scatti di bambini e di animali. Del resto, quale modo migliore di festeggiare la vita? Ci sono bambini che giocano in strada, altri che imparano a scrivere su un muro, piccoli visi che guardano a bocca aperta una vetrina piena di giocattoli, ragazzini che vanno a fare la spesa oppure suonano i campanelli delle case per scherzo. Di fronte a loro, ci sono cani che giocano, che vanno in moto con i padroni, che se ne stanno distesi sui loro padroni, in una grande, unica, perfetta celebrazione della bellezza della vita. E qui sono perfette le parole di Doisneau: "Certi giorni basta il semplice fatto di esistere per essere felici. Ci si sente leggeri, leggeri, ci si sente talmente ricchi da avere voglia di condividere con qualcuno una gioia troppo grande". 


Passando di sala in sala si continua a camminare per Parigi, lungo la Senna, alle Tuileries, tra le statue dei grandi di Francia, in mezzo agli edifici storici e a quelli di più recente costruzione. E camminando camminando si imparano anche grandi lezioni di fotografia. La prima, fondamentale, è la pazienza. Infatti, come dice Doisneau, "Bisogna avere il coraggio di piazzarsi in un punto e restare immobili, non solo per un minuto, ma anche per un'ora, diventare una statua senza piedistallo". Scegliere un luogo, un'inquadratura, un quadro e aspettare. Vedere cosa succede. Osservare. Con calma, pazienza, senza fretta. Poi il fotografo ci parla di composizione, infatti pare che egli cerchi di riprodurre nelle sue immagini le lettere a, v, l e la lettera o, perché sono queste lettere a rendere la composizione più leggibile, anche se i più non ne sono consapevoli. E infine l'ultima lezione è quella che Doisneau ci riserva guardando i turisti che fotografano in Place de la Concorde, carichi di attrezzature costose, apparecchi all'avanguardia, tecnicismi che, secondo il fotografo, a nulla servono senza l'occhio e la capacità di vedere col cuore. Una cosa che Doisneau sa fare alla perfezione. 

lunedì 27 gennaio 2014

Tea for Two

Quando si dice “troppe emozioni tutte insieme” credo si intenda qualcosa di molto simile a ciò che ho vissuto in queste due settimane.
Non posso raccontare tutto, non sono in grado di esprimere quello che ho provato senza cadere nel patetico. Quindi, inizio subito piazzando un disco per voi e per la Queen che, come me, ha un debole per Robbie Williams. In particolare per il Robbie che si diverte a swingare. Ecco qua, Signore e Signori, Mack the Knife:


E via, partiamo con il giro delle emozioni in due settimane.
Mio nipote, 18 anni, è straordinario. In queste due settimane ha frequentato più del solito casa mia e, per me, stare con lui è sempre una festa. Umby è vita pura, un carico di energia e risate assicurate, battuta pronta, capelli dritti e, come cantava Paolo Conte, “quegli occhi allegri da italiano in gita”. Ovviamente ha tanto di entrambi i genitori e da suo padre, mio fratello, ha ereditato in particolare il modo di fare le battute, la presa in giro bonaria, il cogliere un particolare per trasformarlo in ironia. E qui salto giù da un treno per prenderne un altro al volo e continuare a correre dietro alle emozioni. 

Mio fratello, dicevo. Abbiamo festeggiato il suo compleanno. Un compleanno speciale, perchè ha compiuto 50 anni. 
Tranquilli, non tirerò fuori l’album dei ricordi. Sarebbero troppi. Ma per me, sorella minore, quell’eterno ragazzo è parte essenziale della mia vita. Senza un fratellone così, sicuramente non sarei quella che sono. Lui mi insegnò ad amare la musica, la chitarra e il Toro. E tanto basti. Grazie a lui, I guerrieri della notte e La febbre del sabato sera hanno segnato la mia crescita (e ne vado fiera). Fu lui ad accompagnarmi, bambina, in giro per Torino mostrandomi i luoghi in cui girarono alcune scene di Profondo Rosso. Mi portò in Curva Maratona e quando mi trovai in mezzo a tutto quel granata, capii che quella squadra per me avrebbe rappresentato sempre “una questione famigliare” e non soltanto il calcio. 


In occasione di un Carnevale, mi vestì da punk, mi disegnò una bella toppa con un teschio e la scritta “Warriors”, me la attaccò sulla schiena del giubbotto di jeans senza maniche, mi mise del rossetto blu e mi spedì a scuola per la festa di quinta elementare. Quando feci il mio ingresso a scuola, le bambine vestite da damina mi guardarono a bocca aperta, io vissi quel momento come una vittoria e attraversai fiera tutto il corridoio. Mi aveva vestita così MIO FRATELLO, micacazzi.
Sempre lui mi portò ai primi concerti e a molti altri ancora, forse per ripagarmi delle innumerevoli volte in cui, sempre da bambina, mi fece fare l’imitazione di Gene Simmons dei Kiss (pure una volta davanti ai parenti, ma ci rimasi malissimo perché nessuno sapeva chi fosse Gene Simmons, mentre ai miei occhi era una sorta di eroe nazionale).

Saltando giù da un treno per prendere un’altra coincidenza di emozioni, vi dico ancora che ieri sera ho fatto un’escursione notturna nel Parco del Beigua. Buio, profumo di boschi e a un certo punto, in cima, da una parte Genova e dall’altra l’ovadese. Lucine di qua e di là, da una parte la pianura e dall’altra il mare. E io, in quell’immensità, un po’ pensavo alla “paura che ci fa quel mare scuro che si muove anche di notte e non sta fermo mai” (ancora Conte, sì) e un po’ ripercorrevo tutti i ricordi che vi ho sbriciolato poco fa, realizzando che mio fratello è nato e per un po’ è cresciuto figlio unico, mentre io fin da subito ho avuto lui. E questa è stata una delle più grandi fortune della mia vita.


lunedì 4 novembre 2013

Una storia genovese.



Oggi ho voglia di raccontarvi una storia. Semplice, vera e proprio bella. Parla di Liguria, di Genova, di dolci, di sogni diventati realtà grazie alla determinazione e alla forza di volontà. Una storia vera che sa di favola, una di quelle storie che combattono il grigiore della quotidianità e rendono speciali certi luoghi apparentemente normali. Che dite, allora, ve la racconto? Ma sì, dai. Sono sicura che vi piacerà.
La scorsa settimana, sola in casa, ero seduta sul divano con il computer in grembo e la TV accesa come sottofondo. A un certo punto, ho sentito parlare di dolci, pasticceria, sogni e di un certo Alessandro. Istintivamente, ho alzato lo sguardo, quasi sapessi già di chi si stava parlando. Non mi sbagliavo, la trasmissione raccontava la storia di Alessandro Cavo, titolare della Pasticceria Cavo, produttrice degli Amaretti di Voltaggio, e della Pasticceria Liquoreria Marescotti, un locale storico nei vicoli genovesi. Beh, io Alessandro lo conosco come @alecavo su Twitter, dove seguo anche quella meraviglia di @lindina80 e alla Marescotti ci sono stata, accompagnata dalla favolosa Miss Fletcher, ma non sapevo che nascondesse una storia così appassionante! Devo raccontarvela!
Un giorno, anni fa, nell'andare all'università, Alessandro passa davanti alla saracinesca abbassata della Marescotti, storica pasticceria genovese in Via di Fossatello, nel cuore dei vicoli genovesi. Nel rivedere quel luogo si ricorda di quando, ancora piccolo, accompagnava lì il padre per le consegne e decide di scoprire cosa sia successo alla pasticceria. Venuto a conoscenza del nome dell'erede della Marescotti, Alessandro gli scrive una lettera con una proposta per la riapertura della storica attività. La lettera non riceve risposta e Alessandro continua a scrivere, una lettera all'anno, per sette anni, senza perdersi d'animo. La sua determinazione paga, perché un giorno, la risposta arriva.

Qui entra in scena il signor Flori, un personaggio straordinario, un genovese d'altri tempi, chiuso, parco di sorrisi, ma di gran cuore. Ed è anche un gran romantico il signor Flori perché, una volta ereditata la pasticceria, non potendo mandarla avanti come si era sempre fatto, aveva deciso di chiuderla. Da un giorno all'altro. Aveva tirato giù la saracinesca e chiuso dentro tutti i ricordi. Quella saracinesca è rimasta abbassata per trent'anni, durante i quali il signor Flori ha rifiutato qualsiasi offerta per il locale. Se lì non poteva più esserci la Marescotti, pensava quel signore così speciale, beh allora non ci sarebbe stato nient'altro. Ma l'ostinazione (e la passione) di Alessandro vince la ritrosia del signor Flori e la Marescotti riapre.

La storica pasticceria riapre grazie anche a un ennesimo atto di romanticismo. Colta appieno la personalità del signor Flori, Alessandro non gli offre denaro: in cambio del marchio Marescotti offre "semplicemente" il primo amaretto di Voltaggio prodotto ogni anno, per 99 anni. Il signor Flori accetta, a patto che nulla venga cambiato all'interno del locale. Così la Marescotti oggi è com'era cent'anni fa, con gli specchi, le boiserie, i vetri. Antica nell'aspetto, moderna nello spirito. E ovviamente un po' romantica.

Vero che è una bellissima storia? Io mi ci sono appassionata, perché racconta di persone vere, di sogni e di luoghi con un'anima e volevo assolutamente condividerla con voi. Ci tengo però a dire che questa storia è stata narrata con grande lievità e bravura dalla trasmissione Sconosciuti, in onda ogni sera alle 20.15 su Rai Tre, che racconta storie straordinarie di gente normale. Il video relativo alla Marescotti lo trovate qui. Invece qui trovate un meraviglioso post di Miss Fletcher, che vi porta per mano dentro la Marescotti.

martedì 30 luglio 2013

Stanley Kubrick Fotografo - Genova

 

Solitamente, prima di vedere una mostra, ho l'abitudine di non leggere nulla in merito, nessuna recensione, nessun commento, nessun comunicato stampa. Se una mostra mi ispira, per qualsiasi motivo, vado e la guardo. Mi diverto a lasciarmi sorprendere. Se poi la mostra mi piace, leggo tutto quello che trovo in proposito. In pratica tutto questo per dire, in maniera piuttosto elegante, che sono una grande ignorante. Curiosa, ma ignorante. Ciò vale ancora di più nel caso di Stanley Kubrick: credo che Shining sia l'unico suo film che io abbia visto (sì, pensate pure male di me, sono una ragazza mediamente simpatica, piena di argomenti, ma non ho cultura cinematografica. In passato ero troppo impegnata a leggere libri e ad ascoltare gli Smiths per trovare tempo anche per i film e non riuscirò mai a mettermi in pari. Perdonatemi) e non sapevo che fosse un fotografo. L'ho saputo quando ho visto l'annuncio della mostra a Genova. Ehm, ma direi che può bastare come confessione, se dopo questo continuerete ancora a seguirmi, vorrà dire che mi volete davvero bene.

 
La mostra, dicevamo. Bellissima. Per renderla perfetta, avrei giusto aggiunto un sottofondo musicale jazz, ma io non sono mai contenta, si sa. Come detto, non sapendo nulla di Kubrick e della sua abilità di fotografo, ho deciso di entrare e lasciarmi affascinare. Detto, fatto. Tre cose soprattutto mi hanno colpita. Innanzitutto, il protagonista è l'uomo. Credo di ricordare solamente una manciata di foto in cui non sono presenti persone, forse uno o due paesaggi, qualche immagine cittadina, per il resto la figura umana è sempre presente. Nella maggior parte dei casi, la figura umana, solitaria, è la protagonista indiscussa della foto, sia essa una modella, un pugile, un clown, un musicista, un bambino oppure un semplice passante. Si tratta di un grandissimo inno alle diverse sfaccettature dell'essere uomo, nelle difficoltà della povertà, nei fasti della ricchezza, nell'innocenza della gioventù.

 
Si tratta inoltre, di una mostra fatta di sguardi. Ovviamente, tutto parte dallo sguardo del fotografo, ma questo sguardo rimbalza in quello dei suoi soggetti (come nella famosa foto in cui Kubrick si ritrae riflesso nello specchio di una modella). Le persone, come già detto, sono protagoniste e di loro spicca soprattutto lo sguardo. Lo sguardo attento di una donna che scende le scale con una pila di libri in mano, quello perso nel vuoto di un Montgomery Clift steso sul pavimento della sua stanza con una bottiglia in mano. Gli occhi pieni di sfida di un pugile che si prepara a un incontro, quelli pieni di meraviglia dei bambini di un orfanotrofio davanti a un alce. E ancora la modella che si guarda allo specchio, la scimmia nella gabbia che guarda la folla di visitatori dello zoo, la coppia in viaggio di nozze che guarda lontano. Centinaia di foto, centinaia di sguardi, ognuno a significare uno stato d'animo ben preciso.

 
Infine, si tratta di una mostra cinematografica. Fotografica, sì, ma con caratteristiche cinematografiche. Eh, insomma, si vede che il nostro sarebbe diventato un gran regista (va bene, abbasso la cresta ed evito inutili ironie). I suoi reportage fotografici altro non sono che meravigliosi, piccoli cortometraggi su carta. C'è la storia di Mickey, che fa il lustrascarpe e di cui Kubrick ci racconta una giornata, fatta di lavoro, amici, un hot dog, tempo passato a giocare a carte e semplice quotidianità. C'è il breve film su Rocky Graziano, il pugile che ci mostra la sua vita privata, i momenti in famiglia, la preparazione per l'incontro, con l'ansia che sale insieme alla concentrazione. Ma c'è anche la storia di Rosemary Williams, che fa la modella, quella di un furgone speciale, "il mezzo più sicuro della polizia di New York", il film che racconta un viaggio di nozze in Portogallo e quello che mette a nudo la debolezza di una grande star. Un'infinita serie di storie raccontate da un grandissimo maestro, per il quale le immagini sono davvero una vocazione (e adesso corro a leggermi tutto il possibile sul Kubrick fotografo).

lunedì 27 maggio 2013

Oimemí.

Tanto vale provarci. Si sente spesso, vero? Si tratta forse di una delle più belle affermazioni che si sentono in giro ultimamente. Tanto vale provarci. Perché il mondo lavorativo è talmente negativo che allora, tanto vale, si può provare a realizzare un sogno. Bello, no? Perché, certo, magari poi il sogno non lo si riuscirà a realizzare, magari sarà una corsa a ostacoli, ma magari invece poi alla fine chissà, quel sogno potrebbe diventare realtà. E non sarebbe una favola? Non viene da sorridere al solo pensiero?  Quindi, tanto vale provarci. Se non altro, da tanta negatività, può nascere qualcosa di positivo. E per inciso, chi è al governo non se lo merita, ma a forza di tanto vale proviamo a tenere su questo paese, che si sappia.

La prima volta che ho sentito, anzi letto, un tanto vale del genere è stato per bocca di uno dei miei guru assoluti, Zero Calcare, il quale raccontava di come avesse cominciato a fare il fumettista, sostenendo che "per stare a Fiumicino a contare le persone al check-in, tanto valeva provare a vivere disegnando fumetti". Logica inattaccabile. Poi un'amica, che dopo anni di lavori precari, mi ha detto: "divento freelance, almeno la mia precarietà me la decido io. Tanto vale". E tanto vale, ce lo siamo detti anche con il proprietario del negozio di cui voglio parlarvi. Quando gli ho chiesto come mai avesse deciso di aprire un'attività così coraggiosa, la sua risposta è stata: "il mondo lavorativo mi offriva così tanta tristezza, tanto valeva provare ad aprire questa attività". Ma chiaro che sì. Certo che bisogna fare così. E quindi, con coraggio e spirito di avventura, è nato Oimemí (e chissà, magari anche con qualche "oimemí" sussurrato qua e là, ma senza farci troppo caso, com'è giusto che sia).
E oggi, in quella meraviglia di città che è Genova, su al Carmine, in via Polleri, c'è questo piccolo negozietto tutto bianco con un favoloso murale di 108, che già da solo vale il viaggio. Ma cosa si vende da Oimemí? Magliette, soprattutto. Ma mica delle magliette qualsiasi. No, no. Qui si vendono magliette con una storia. Perché la filosofia di questo negozio è quella di ricercare magliette speciali, uniche, differenti, che abbiano qualcosa da dire (oltre alla semplice bellezza, ovviamente). Quindi da Oimemí potete trovare magliette disegnate da amici artisti, come 108 e Bael,  oppure quelle di Serena Porrati, artista che impressiona su telaio l'erba che cresce coraggiosamente nelle metropoli, ma anche le mitiche magliette di Threadless, per andare in giro a fare i fighi con il design USA, oppure quelle di Out of Print, per mettersi addosso copertine di libri famosi oppure ancora quelle, speciali davvero, realizzate da pazienti dell'ex Ospedale Psichiatrico di Firenze. E questo è ciò che si trova ora, nel negozio, ma chissà cosa ci sarà domani. Perché non si sta mica fermi, qui da Oimemí. Quando una collezione finisce, non la si riassortisce ma si passa avanti. Si cerca qualcosa di nuovo, qualche nuovo artista, qualche nuovo designer, una collaborazione da seguire con passione. Questo fa sì che le magliette siano pressoché uniche, ce ne sono pochissime per taglia e quando vanno, vanno...volete mettere la figaggine di indossare una maglietta così speciale?

  
Non vi piacciono le magliette? Beh, ma da Oimemí non c'è mica solo quello...ci sono bellissimi gioielli e collane realizzate con corde marinare, ognuna delle quali è un pezzo unico, calzini coloratissimi da sfoggiare con una certa alterigia, fanzine, borse in stoffa per l'hipster nascosto in voi, piccoli oggetti d'arte e...sempre nuove cose in arrivo. In aggiunta a tutto questo ben di Dio, c'è della musica super figa e il wifi libero, chevvelodicoaffare. Insomma, se non si era capito, la mia è una pubblicità spudorata perché amo il coraggio, l'apertura al nuovo e la voglia di distinguersi, tutte cose che in questo negozio sono di casa. Queste iniziative vanno premiate, incoraggiate e sostenute, con grande entusiasmo. Quindi, genovesi, andate al Carmine e fate un salto da Oimemí, vi giuro che non ve ne pentirete (e potrete vedere di persona il negozio, che è ben più bello delle mie povere foto). Non siete di Genova? Beh, ma cosa state aspettando? Genova è la città più bella del mondo, correte! E non dimenticate un giro da Oimemí!

giovedì 18 aprile 2013

14/52 e Miss Fletcher


Questa foto è dedicata a Miss Fletcher e ai palazzi della sua Genova, che mi sta facendo scoprire poco a poco, grazie al suo preziosissimo blog. Miss Fletcher, che ha "adottato" il mio blog, che mi fa un sacco di pubblicità su Twitter, che mi lascia sempre commenti deliziosi e che mi chiede addirittura scusa se arriva a commentare i miei post in ritardo. Miss Fletcher, che questa settimana ho finalmente conosciuto di persona e con cui ho passato alcune piacevolissime ore. Quindi, grazie Miss, è stato davvero bello e spero sia l'inizio di un sacco di avventure in giro per la Liguria! 

lunedì 8 aprile 2013

Fosco Maraini. Il miramondo.


Ci tenevo tantissimo a vedere le foto di Fosco Maraini, talmente tanto da sfidare la febbre e, soprattutto, la folla del sabato pomeriggio, proprio nell'ultima giornata di apertura della mostra. Chi mi legge da tempo sa che cerco sempre il modo di vedere le mostre il più possibile da sola, perché la gente mi distrae. Non ci posso fare nulla, chiamatemi snob, anziana, rompipalle, ma io la gente, tanta gente insieme, proprio non la sopporto. Non riesco a concentrarmi se accanto a me ci sono due sciure che guardano le foto pensando che si tratti di un altro fotografo. Non me la godo la mostra se mi segue un signore che legge a voce alta la didascalia sotto ogni opera. Perdo l'attenzione se c'è una mamma che spiega ad alta voce ogni singola foto alla figlia, alla quale temo non freghi nulla. Sono una rompipalle, l'ho detto. Ho anche praticamente smesso di andare al cinema per lo stesso motivo. Lo so, non sono capace a godermi la vita, ditemelo pure. Così è, prendere o lasciare. Sarà che alcune cose non le faccio tanto per fare, voglio farle per bene. Del resto, mica è obbligatorio vedere una mostra, ci sono così tante altre cose da fare in un sabato pomeriggio di sole: andare al mare, prendersi un gelato, mangiare  un pezzo di focaccia, fare shopping. Ma vabbè, chiarito che sono una noiosa, torniamo a noi. Date tali premesse, devo proprio voler un gran bene a Fosco Maraini se mi sono avventurata a Genova già sapendo cosa mi aspettava. Ma fortunatamente anche il signor Fosco vuole un gran bene a me, perché la mostra me l'ha fatta godere lo stesso, grazie alle sue meravigliose foto. 



Amo Fosco Maraini da tanti anni, folgorata dalla lettura del suo libro "Case, amori, universi". Lo amo incondizionatamente, come amo tutti i grandi viaggiatori. Come amo Tiziano Terzani, Bruce Chatwin, Bill Bryson. Chi viaggia, con curiosità e mente aperta, per me ha sempre ragione. Se poi si tratta di un viaggiatore degli anni '40/'50, che parte dall'Italia per avventurarsi in luoghi allora remoti come il Tibet, il Giappone e la Corea, allora proprio mi conquista. Ben più facile viaggiare per noi oggi, chi lo faceva sessant'anni fa doveva per forza farlo in maniera avventurosa e sicuramente spartana. E la rinuncia alla sicurezza e ai comfort in nome del bisogno di conoscenza suscita la mia profonda e totale ammirazione. Sempre.  Del resto, Fosco aveva talmente tanta voglia di scoprire il mondo da imbarcarsi, ancora liceale, sulla nave Vespucci fingendosi insegnante d'inglese per andare a vedere i porti del Mediterraneo. La stessa smania di vedere il mondo che lo porterà a compiere due spedizioni alla scoperta del Tibet, a vivere alcuni anni in Giappone, a visitare - tra gli altri - il Pakistan, l'India, il Nepal, la Cambogia e a viaggiare tantissimo anche in Italia, tra il nord delle amate Dolomiti, dove si dedicava all'alpinismo, e il sud, aspro e selvaggio. Tutto questo fotografato con una maestria notevole, che combina tecnica e intuizione artistica. Come si fa a non amare un uomo così?



La mostra, come dicevo, è bellissima, piena di foto meravigliose. Ma c'è qualcosa in più delle semplici immagini ed è proprio questo che mi ha entusiasmata. Vista la biografia di Maraini, partito dalla Toscana alla volta del mondo, mi aspettavo semplicemente una serie di foto di viaggio. Tante e bellissime foto di paesi lontani. Mai mi sarei aspettata di trovare così tante foto dell'Italia. E mai avrei pensato di trovare parallelismi così stretti tra il nostro paese e luoghi così remoti. Invece, c'è un treno che corre lungo i binari in un deserto delle Murge che richiama l'altopiano del Tibet, i visi dei bambini che vivono nei sassi di Matera hanno la stessa espressione di quelli che chiamano casa una tenda ai piedi delle montagne tibetane, le grandi cerimonie orientali poco differiscono dalle fastose processioni del sud del nostro paese. Inizialmente, nel guardare la mostra, pensavo che tali parallelismi saltassero fuori quasi per caso, ma ho poi capito che invece erano frutto di uno studio preciso, confermato dal vedere l'una accanto all'altra la foto di uno sciamano giapponese e quella di uno spazzacamino della Val Gardena, l'operaio su un traliccio a Firenze e il guerriero in equilibrio su una strana scala nel nulla, il raggio di luce che colpisce i fedeli in una chiesa italiana e i devoti in un tempio tibetano, per non parlare dell'intera sala dedicata a un interessantissimo confronto tra Firenze, città della pietra e dell'uomo, e Kyoto, città del legno e della natura. E quindi io, che pensavo di volare lontano, di sognare paesi sconosciuti, sono stata riportata con prepotenza al mio, di paese. Io, che tendo sempre a guardare al di là dei nostri confini, vi vengo risospinta dentro con forza da chi pensavo mi portasse ancora più lontana. E quindi grazie Fosco Maraini, la tua grandezza sta nell'aver guardato lontano e vicino con gli stessi occhi, la stessa curiosità. Quella che dovrebbe avere ognuno di noi.